"Sì."

"Io non lo conoscevo molto bene, ma l'ho sentito parlare di te. Si è aggrappato alla vita anche dopo che molti altri l'avevano abbandonata, perché sosteneva che saresti tornato. Lui non poteva sapere che eri prigioniero del tuo Maestro, naturalmente." Culus lo disse con malizia, ma i suoi occhi malati continuavano ad avere uno sguardo penetrante. "Perché non sei tornato prima, mystif?" gli chiese. "E non propinarmi storie del tipo 'non potevo farlo'. Avresti potuto rompere il legame se avessi voluto, specialmente nel momento in cui il caos, dopo il fallimento della Riconciliazione, era enorme. Invece non lo hai fatto. Hai preferito rimanere insieme a quel tuo maledetto Sartori anche se i membri della tua razza erano vittima della sua inettitudine."

"Era un uomo finito. E io ero molto più di un semplice famiglio, ero suo amico. Come potevo lasciarlo?"

"Non la racconti giusta," affermò Culus. Era stata giudice troppo a lungo per accontentarsi di quel genere di scuse. "Che cosa c'è ancora, mystif? Questa è la notte delle ultime cose, ricordi? Dillo ora o correrai il rischio di non poterlo dire mai più."

"Va bene," rispose Pie. "Io ho sempre nutrito la speranza che sarebbe stato fatto un altro tentativo di realizzare la Riconciliazione. E non ero certo l'unico a nutrire questa speranza."

"Anche Arae'ke'gei ci credeva, vero?" domandò Culus.

"Sì, è così."

"Ecco il motivo per cui lui manteneva vivo il tuo nome. E anche se stesso, aspettando che tu tornassi." Culus scosse il capo. "Ma perché continui a crogiolarti in queste fantasie? Non ci sarà nessuna Riconciliazione. Anzi, se qualcosa deve avvenire, sarà esattamente il contrario. L'Imagica si dividerà seguendo la linea dei suoi confini e ogni Dominio si chiuderà nella propria miseria."

"È una prospettiva triste," disse Pie.

"Ma è verosimile. E razionale," aggiunse Culus.

"In ogni Dominio c'è qualcuno che vorrebbe ritentare. Hanno aspettato duecento anni e non vogliono lasciar morire questa speranza proprio adesso."

"Arae'ke'gei ha dovuto lasciar perdere," disse Culus. "È morto due anni fa."

"Io... io ero preparato a una eventualità di questo genere," confessò Pie. "Era ormai vecchio quando l'ho visto l'ultima volta."

"Se ti può essere di conforto, il tuo nome è stato sulle sue labbra fino all'ultimo. Non ha mai smesso di credere in te."

"Ma ci sono altri che possono sostituirlo nelle cerimonie."

"Avevo ragione," continuò Culus. "Sei proprio un pazzo, mystif." Culus si diresse verso la porta. "Agisci così in memoria del tuo Maestro?"

Pie la seguì, aprendo la porta e uscendo nella luce fievole intrisa di fumo.

"Perché dovrei?" domandò Pie.

"Perché lo amavi," rispose Culus con uno sguardo di accusa. "E questo è il vero motivo per cui tu non sei tornato prima. Lo amavi più della tua stessa gente."

"Forse è vero," ammise Pie. "Ma perché dovrei fare qualcosa in memoria di un vivente?"

"Un vivente?"

Il mystif sorrise, inchinandosi di fronte al proprio giudice mentre si ritirava dalla luce della porta e spariva nell'ombra come un fantasma.

"Io ho detto che Sartori era un uomo finito, non che era morto," disse la voce di Pie. "Il sogno è ancora vivo, Culus'su'erai. E anche il mio Maestro."

 

II

 

Quaisoir era in attesa dietro i veli quando Seidux entrò. Le finestre erano aperte e dal crepuscolo caldo veniva un frastuono afrodisiaco per un soldato come Seidux. Questi scrutò tra i veli cercando di mettere a fuoco la persona che vi era celata dietro. Era nuda? Così sembrava.

"Devo chiederti scusa," disse Quaisoir al soldato.

"Non ce n'è bisogno."

"Sì, invece. Stavi facendo il tuo dovere: mi guardavi a vista." Quaisoir fece una pausa, poi riprese a parlare e la sua voce divenne più sensuale: "Mi piace essere guardata, Seidux..."

Egli mormorò: "Davvero?"

"Sì. A patto che chi mi guarda mi apprezzi."

"Io ti apprezzo," disse Seidux facendo cadere rapidamente la sigaretta e spegnendola con il tacco dello stivale.

"Allora perché non chiudi la porta?" lo esortò la regina. "Casomai facessimo un po' troppo rumore. Forse potresti anche dire alle guardie di andarsi a bere un bicchiere."

Seidux fece quanto gli era stato suggerito. Quando tornò vide che Quaisoir era a gambe aperte sul letto e si teneva una mano tra le cosce. E, sì, era proprio nuda. Quando si muoveva, i veli si muovevano con lei. Alcuni le si attaccavano alla pelle lucida come se fosse cosparsa di olio. Seidux notò che i seni le si alzavano, mentre sollevava le braccia e lo invitava a baciarla proprio lì. Seidux allungò la mano per cercare di sollevare i veli, ma ce n'erano troppi e non riusciva a trovare dove si aprissero, sicché si limitò ad accostarsi alla donna, semiaccecato dalla profusione di veli.

La mano di Quaisoir tornò di nuovo in mezzo alle gambe e Seidux non riuscì a trattenere un gemito di desiderio al pensiero di poterla sostituire con la propria. Ha qualcosa in mano, pensò, Forse uno strumento per darsi piacere, in attesa del suo arrivo e per facilitare la sua penetrazione. Che donna, pensò. Ora glielo stava allungando come se volesse confessargli questo suo piccolo peccato, pensando forse che lui avrebbe voluto sentirne il calore e l'umidità, Quaisoir lo spinse tra i veli verso di lui ed egli si avvicinò ancor più, sussurrandole come meglio sapeva quelle poche parole che ogni donna vuole sentirsi dire.

Mentre parlava, Seidux captò il rumore di una stoffa che veniva lacerata, e supponendo che lei, bramosa, gli stesse aprendo la strada per permettergli di raggiungerla, prese a imitarla, finché non sentì un dolore acuto nel ventre. Guardò in basso attraverso i veli che gli avvolgevano il viso e vide una macchia che si espandeva sul tessuto. Lanciò un grido, cercò di districarsi e vide l'oggetto che credeva fosse servito per il piacere di Quaisoir conficcato profondamente nel proprio ventre. Cercò di districarsi e fuggire, ma Quaisoir ritirò la lama solo per affondarla una seconda volta e poi una terza, lasciandogliela nel cuore. Seidux cadde all'indietro, trascinando con sé i veli cui si era disperatamente aggrappato.

 

Judith si trovava alla finestra di una delle stanze al piano superiore della casa di Peccable e osservava gli incendi che si propagavano in ogni direzione. Rabbrividì e, guardandosi le mani, le vide macchiate di sangue. Una visione che durò pochissimi secondi, ma sul cui significato non ebbe alcun dubbio, Quaisoir aveva commesso il crimine che aveva annunciato.

"Una bella vista, vero?" udì dire Dowd, e si girò per guardarlo, momentaneamente disorientata. Aveva forse visto anche lui il sangue? No, no. Lui si riferiva agli incendi.

"Sì, proprio una bella vista," confermò Judith.

Dowd si avvicinò alla finestra i cui vetri tremavano a ogni scarica di fucileria. "I Peccable sono quasi pronti per partire. Io direi che possiamo andarcene anche noi. Mi sento quasi rinato." In effetti Dowd era guarito con una velocità sorprendente. Le ferite sulla sua faccia erano già diventate invisibili.

"Dove andiamo?" chiese Jude.

"Dall'altra parte della città," le rispose Dowd. "Dove ho passato per la prima volta il confine. Secondo Peccable, il teatro è ancora in piedi. Si chiama Ipse ed è stato costruito da Pluthero Quexos in persona. Mi piacerebbe vederlo."

"Vuoi fare il turista in una notte come questa?" gli chiese Judith.

"Quel teatro forse domani non ci sarà più. Domani anche Yzordderrex potrebbe non esistere più. Pensavo che anche tu fossi interessata a vederlo."

"Se si tratta di una visita sentimentale, forse è meglio che tu vada da solo," suggerì Judith.

"Perché, hai qualcos'altro in programma?" chiese Dowd. "Anzi, hai di sicuro qualcos'altro in mente, non è vero?" rincarò.

"E come potrei?" protestò Jude, "Non ho mai messo piede qui prima d'ora."

Lui la osservò con aria sospettosa. "Sin dall'inizio hai sempre insistito per venire qui, non è vero? Godolphin si chiedeva in continuazione da dove ti venisse questa ossessione e ora anch'io mi pongo la stessa domanda." Seguì lo sguardo di Jude fuori dalla finestra. "Che cosa c'è là fuori, Judith?"

"Puoi vederlo da solo," rispose Judith. "Ci uccideranno prima di poter raggiungere l'altro capo della strada."

"No," replicò Dowd. "Non noi. Noi siamo stati benedetti."

"Ah sì?"

"Siamo uguali, ricordi? Siamo partner perfetti."

"Sì, ricordo," rispose Judith.

"Dieci minuti e poi andiamo."

"Sarò pronta."

Udì la porta chiudersi dietro di lei. Si guardò le mani; ogni traccia della visione che aveva avuto era sparita. Riportò lo sguardo sulla porta per essere sicura che Dowd se ne fosse andato, poi mise le mani sul vetro della finestra e chiuse gli occhi. Aveva dieci minuti di tempo per trovare la donna con il suo stesso viso. Dieci minuti prima che lei e Dowd uscissero nel tumulto delle strade: a quel punto, ogni speranza di contatto sarebbe svanita.

"Quaisoir..." mormorò Judith.

Sentì il vetro vibrare contro i suoi palmi e udì le grida dei moribondi sui tetti. Pronunciò una seconda volta il nome della sua sosia e riportò il pensiero sulle torri che avrebbe potuto vedere da quella finestra se l'aria non fosse stata così densa di fumo. L'immagine di quel fumo le riempì la testa, sebbene non fosse stata lei a evocarla e Judith sentì i propri pensieri sollevarsi in nuvole che aleggiavano nel calore della distruzione.

 

Quaisoir ebbe difficoltà a trovare qualcosa di modesto da indossare tra tutti gli abiti lussuosi che aveva acquistato per soddisfare la propria presunzione, ma, privando un vestito di ogni orpello, riuscì a ottenere una tunica semplice che poteva passare inosservata. Lasciò le proprie stanze e si preparò per il suo ultimo viaggio all'interno del palazzo. Aveva già in mente che strada percorrere una volta uscita dai cancelli. Sarebbe tornata al porto, là dove aveva visto, in piedi su un tetto, l'Uomo delle Pene e, se Lui non fosse stato là, avrebbe trovato qualcuno che le avrebbe indicato dove trovarlo. Di sicuro non era tornato a Yzordderrex solo per sparire di nuovo. Avrebbe certo lasciato ai suoi fedeli tracce da seguire e prove cui sottoporsi. Ma per prima cosa Quaisoir doveva uscire dal palazzo, e per far questo dovette percorrere corridoi e scale che non erano mai stati usati e di cui solo lei, l'Autarca e i muratori che avevano posto le fredde pietre del palazzo, freddi e morti a loro volta, ormai conoscevano l'esistenza. Solo i Maestri e le loro amanti potevano conservare la giovinezza, ma questo non le dava più la felicità di una volta. Avrebbe voluto, infatti, che gli anni fossero visibili sul suo viso, quando si fosse inginocchiata di fronte al Nazareno, così che anche Lui potesse comprendere quanto lei aveva sofferto e quanto meritava il Suo perdono. Ma avrebbe dovuto confidare nella Sua capacità di scorgere attraverso il velo della perfezione il dolore che portava dentro di sé.

Era scalza e il freddo le penetrava nelle piante dei piedi e quando uscì all'aria aperta, intrisa di umidità, cominciò a battere i denti. Si fermò un istante per orientarsi nel labirinto delle corti che circondavano il palazzo e, nel passare dalle preoccupazioni pratiche ai pensieri astratti, si imbatté in una riflessione che forse da lungo tempo stava nascosta nella sua mente in attesa del momento giusto per emergere. Non ebbe dubbi sulla natura di quel pensiero. L'angelo che Seidux aveva cacciato dalla sua stanza quel pomeriggio aveva aspettato sulla soglia per tutto quel tempo, sapendo che lei sarebbe uscita e avrebbe cercato una guida. Le salirono le lacrime agli occhi al pensiero di non essere stata abbandonata. Il figlio di Davide conosceva la sua pena e aveva mandato quel messaggero a parlarle all'orecchio.

"Ipse," disse. "Ipse."

Conosceva il significato di quella parola. Aveva patrocinato l'Ipse molte volte, mascherata come tutte le donne del gran mondo quando andavano in visita in luoghi di dubbia moralità. Aveva visto tutte le opere di Pluthero e le traduzioni di Flotter; aveva visto talvolta anche le farse di Koppocovi, per crude che fossero. Che l'Uomo delle Pene avesse scelto un luogo simile era sicuramente strano, ma non stava a lei giudicare le sue intenzioni.

"Ho sentito," disse ad alta voce.

Prima che l'eco delle sue parole sparisse, Quaisoir si incamminò tra le corti verso il cancello che l'avrebbe condotta direttamente nel Kesparate Deliquium, dove Pluthero aveva costruito il proprio altare consacrato all'artificio, che presto sarebbe stato riconsacrato al nome della Verità.

 

Jude allontanò le mani dalla finestra e aprì gli occhi. In quel contatto non c'era stato nulla della chiarezza che aveva conosciuto durante il sonno. In verità non era nemmeno più sicura di avere fatto realmente quel sogno, ma non c'era più tempo per pensarci: Dowd la stava chiamando, e così pure le strade di Yzordderrex in fiamme. Dalla finestra aveva potuto osservare quanto sangue era stato versato. Innumerevoli assalti e combattimenti, attacchi e ritirate delle truppe; i civili che guerreggiavano a frotte selvagge e gli altri che marciavano in brigate, armati e ordinati. In una simile confusione di fazioni, Jude non aveva modo di giudicare la legittimità delle varie cause, né, in verità, gliene importava molto. La sua missione era cercare sua sorella in quel turbine incontrollabile e sperare che anche la sua sosia la stesse cercando.

Quaisoir non avrebbe saputo nascondere il proprio disappunto se e quando si fossero finalmente incontrate. Jude non era il messaggero del Signore che la regina andava cercando, ma era anche vero che i Signori divini o secolari non erano i salvatori e i redentori del mondo come la leggenda li aveva descritti. Erano saccheggiatori, distruttori. E la prova era là fuori, nelle strade che Judith stava per percorrere: e se solo avesse potuto far capire e trasmettere a Quaisoir quella visione, allora forse il progetto di farsi sorelle sarebbe stato realizzato al momento del loro incontro.

 

35

 

I

 

Dovendo continuamente chiedere la strada, per lo più a feriti, Gentle impiegò molte ore per passare dagli osanna della via Golosa al Kesparate del mystif. Nel frattempo la città si trasformava sempre più velocemente in un inferno tanto che Gentle cominciò a pensare che prima di arrivare a destinazione tutte le strade e le loro belle case nascoste dietro gli alberi fioriti sarebbero state ridotte in cenere e macerie. Quando, però, raggiunse la città nella città che era il Kesparate di Pie'oh'pah, poté constatare che esso non era stato toccato né da saccheggi né da distruzioni, forse perché non vi erano cose di valore da razziare o distruggere, più probabilmente per la superstizione che aleggiava su di esso e sulla gente che aveva occupato tempo addietro il Dominio dell'Imperscrutabile loro protettore.

Gentle entrò e per prima cosa si diresse verso il cianculi, pronto a qualsiasi cosa - minacce, implorazioni, lusinghe - pur di riavere il suo mystif. Il cianculi e gli edifici adiacenti erano deserti sicché Gentle cominciò a battere sistematicamente le strade. Anche queste, però, erano deserte, e più cresceva in lui la disperazione più Gentle perdeva il ritegno, tanto che alla fine si ritrovò a gridare il nome di Pie in mezzo a quelle strade vuote, come un ubriaco a notte fonda.

Alla fine, comunque, questa tattica gli fruttò una risposta. Uno del quartetto che era apparso per dargli quel freddo benvenuto quando erano giunti per la prima volta nel Kesparate, gli si parò davanti. Era il giovane con i baffi. Stavolta non teneva la sua casacca tra i denti e, quando iniziò a parlare, si degnò di farlo in inglese. Era pur vero che teneva in mano il nastro affilato, sicché la sua minaccia non era certo nascosta.

"Sei tornato," disse.

"Dov'è Pie?" chiese Gentle.

"Dov'è la bambina?" chiese di rimando il guerriero.

"Morta. Dov'è Pie?" ripeté Gentle.

"Sembri diverso."

"Lo sono. Dov'è Pie?"

"Non qui."

"Dov'è, allora?" insistette Gentle.

"Il mystif è andato al palazzo," rispose l'uomo.

"Perché?"

"Questa è stata la sentenza."

"È andato e basta?" disse Gentle avvicinandosi di un passo al giovane. "Ci dev'essere sotto qualcos'altro."

Sebbene la spada di seta proteggesse il guerriero, Gentle aveva accumulato una tale carica di energia che anche lui non riusciva a capacitarsene e, avvertendola, il giovane stavolta rispose in modo più esplicito.

"La sentenza gli ordinava di uccidere l'Autarca," disse.

"Ed è stato mandato lassù da solo?"

"No. Ha portato con sé alcuni dei nostri: gli altri sono rimasti a guardia del Kesparate."

"Da quanto tempo sono partiti?"

"Non da molto. Ma non riuscirai a entrare nel palazzo. Nemmeno loro ci riusciranno. È un suicidio."

Non avendo alcuna intenzione di continuare a discutere, Gentle girò sui tacchi e lasciò l'uomo a guardia dei fiori e delle strade deserte.

Quando giunse al cancello, notò due individui, un uomo e una donna che, mentre entravano, si voltarono per vedere dove fosse diretto. Erano entrambi nudi dalla vita in su, e sulla gola avevano disegnate tre strisce che Gentle ricordava di aver visto durante l'assedio del porto: erano segni distintivi dei membri del Dearth. Avvicinandosi a lui, entrambi congiunsero le mani in segno di saluto e fecero un lieve inchino con il capo. La donna era molto più grossa dell'uomo, il suo corpo un apparato possente, la testa, rasata eccetto che per una coda di cavallo, poggiava su un collo più grosso del cranio stesso e, come le braccia e il ventre, tutto era così elaboratamente muscoloso che anche la più piccola contrazione era uno spettacolo.

"L'avevo detto che l'avremmo trovato qui!" esclamò la donna, senza rivolgersi a nessuno in particolare.

"Non so di che parli," disse Gentle.

"Tu sei John Furie Zacharias?"

"Sì."

"Detto Gentle?"

"Sì, ma..."

"Allora devi venire con noi. Per favore. Padre Athanasius ci ha mandati a cercarti. Abbiamo sentito che cosa è accaduto nella via Golosa e sapevamo che non potevi che essere tu. Io sono Nikaetomaas," disse la donna. "Lui è Floccus Dado. Ti abbiamo aspettato fino all'arrivo di Estabrook."

"Estabrook?" chiese Gentle. Ecco un uomo cui non pensava da più di un mese. "Come fate a conoscerlo?"

"Lo abbiamo incontrato per strada. Pensavamo fosse lui l'uomo che stavamo cercando. Ma lui non sapeva nulla."

"E voi pensate che io invece sappia?" urlò Gentle, esasperato. "Lasciate che vi dica una cosa: io non so un cazzo! Io non so chi credete che io sia, ma di sicuro non sono il vostro uomo."

"Questo ce l'ha detto anche Padre Athanasius. Ci ha detto che tu non ne eri a conoscenza..."

"E aveva ragione."

"Ma tu hai sposato il mystif."

"E allora? Lo amo e non m'importa che si sappia."

"Lo abbiamo capito," riprese Nikaetomaas, come se avesse appena sentito la cosa più normale del mondo. "E proprio questo che ci ha permesso di trovarti."

"Sapevamo che sarebbe venuto qui," disse Floccus. "E ovunque fosse andato, tu lo avresti seguito."

"Non è qui," precisò Gentle. "È lassù, al palazzo..."

"Al palazzo?" ripeté Nikaetomaas, volgendo lo sguardo alle mura minacciose. "E tu hai intenzione di seguirlo?"

"Sì."

"Allora io verrò con te," disse la donna. "Signor Dado, torni da Athanasius e gli dica che lo abbiamo trovato. Gli dica anche dove stiamo andando."

"Non voglio nessuno con me," sbraitò Gentle. "Non mi fido nemmeno di me stesso."

"Come farai a entrare nel palazzo, se nessuno ti aiuta?" chiese Nikaetomaas. "Io conosco tutti i cancelli e le corti."

Gentle vagliò mentalmente la situazione. Da una parte voleva proseguire come un kamikaze portando con sé come un emblema il caos che aveva causato nella via Golosa. Il fatto di non conoscere la struttura del palazzo, però, lo frenava e anche pochi minuti soltanto potevano fare la differenza tra trovare il mystif vivo o morto. Annuì in segno di assenso e le parti si divisero al cancello: Floccus ritornò da Padre Athanasius, mentre Gentle e Nikaetomaas si diressero alla fortezza dell'Autarca.

 

L'unico discorso che Gentle intavolò con la donna durante il tragitto riguardava Estabrook. Gentle le chiese come stava: era ancora pazzo?

"Era quasi cadavere, quando lo abbiamo trovato," rispose Nikaetomaas. "Suo fratello lo aveva abbandonato credendolo morto. Ma noi lo abbiamo portato nelle nostre tende nella Dissoluzione e lo abbiamo curato. O meglio, è lui che è guarito."

"Avete fatto tutto questo per lui credendo che fossi io?" chiese Gentle.

"Sapevamo che qualcuno sarebbe venuto dal Quinto per ricominciare il processo della Riconciliazione. E naturalmente sapevamo che ciò doveva accadere presto. L'unica cosa che non sapevamo è che faccia avesse."

"Be', mi spiace contraddirti, ma è la seconda volta che sbagli. Io non sono l'uomo che cercavi, come non lo era Estabrook."

"Allora perché sei venuto qui?" gli chiese lei.

Era una domanda che meritava una risposta ponderata, non tanto per Nikaetomaas quanto per se stesso.

"C'erano delle domande a cui cercavo delle risposte e queste risposte non le potevo trovare sulla Terra," disse Gentle. "Un mio amico morto ancora giovane... Una donna che conoscevo che è stata quasi assassinata..."

"Judith."

"Sì, Judith."

"Abbiamo parlato tante volte di lei," disse Nikaetomaas. "Estabrook era ossessionato da quella donna."

"Lo è ancora?" domandò Gentle.

"E da tanto che non gli parlo. Ma, sai, stava cercando di portare Judith a Yzordderrex, quando poi è intervenuto suo fratello."

"E lei è arrivata?"

"Sembra di no," rispose Nikaetomaas. "Ma Athanasius è del parere che prima o poi verrà. Athanasius crede che lei avrà un ruolo importante nella Riconciliazione."

"E che cosa glielo fa pensare?" domandò Gentle.

"L'ossessione di Estabrook per lei, suppongo. Il modo in cui ne parla... è come se Judith fosse una specie di santa, e Athanasius ama le sante."

"Lascia che ti dica una cosa. Conosco Judith molto bene e non è affatto la Vergine."

"Essere vergini non è l'unico modo di essere sante per il nostro sesso," disse Nikaetomaas lievemente stizzita.

"Scusami, non volevo offenderti. Ma se c'è una cosa che Jude ha sempre odiato è essere messa su un piedistallo," spiegò Gentle.

"Be', allora forse non è l'idolo che dovremo studiare, bensì l'adoratore. Athanasius dice sempre che l'ossessione è il fuoco della nostra fortezza."

"Che cosa significa?" chiese Gentle.

"Che dobbiamo bruciare e abbattere le mura che ci circondano, ma per far questo c'è bisogno di una grande fiamma."

"Un'ossessione, in altre parole." rifletté Gentle.

"Sì, ci vuole una fiamma di quel tipo," confermò Nikaetomaas.

"Perché dovremmo bruciare questi muri? Non servono forse a proteggerci?"

"Perché, se non lo facessimo, moriremmo, baciando le nostre immagini riflesse," disse la donna, ripetendo parole che non erano sue.

"Athanasius, ancora?" chiese Gentle.

"No," rispose Nikaetomaas. "Una mia zia che è stata rinchiusa per anni nei Bastioni, ma che qui dentro è sempre stata libera," contìnuo la donna, toccandosi la tempia.

"E che cosa mi dici dell'Autarca?" chiese Gentle, volgendo lo sguardo alla fortezza.

"Che vuoi sapere?"

"Anche lui è lassù a baciare la sua immagine riflessa?"

Nikaetomaas scosse il capo e rispose: "No. Lui è vivo, dietro le sue mura."

"Mi chiedo che cos'è che sta cercando di tenere lontano," disse Gentle.

Prima di lasciare le strade di ciottoli, chiamate Hittahitte, del Kesparate che stavano attraversando e che si trovava tra i cancelli del Kesparate degli Eurhetemec e le ampie strade romane della zona degli uffici di Yzordderrex, Nikaetomaas rovistò tra le rovine di un solaio per cercare qualcosa con cui mascherarsi. Trovò un cumulo di indumenti luridi e insistette affinché Gentle li indossasse, poi scovò altri stracci altrettanto schifosi per se stessa. Dovevano servire a nascondere il viso e il corpo, gli spiegò, così da potersi mescolare liberamente con i poveracci che si accalcavano ai cancelli. Poi ripresero il cammino in mezzo a strade circondate da edifici severi in stile classico ancora immuni dai disastri causati dalle torce che i rivoltosi giù nel Kesparate si passavano di mano in mano, di tetto in tetto. Ma anche quegli edifici non sarebbero rimasti intatti molto a lungo, disse Nikaetomaas. Quando il fuoco dei ribelli fosse giunto fin lì nessun pilastro dell'Ufficio delle Imposte e del Palazzo di Giustizia sarebbe stato risparmiato dal fuoco. Per adesso, comunque, i due compagni di viaggio proseguivano tra strutture monolitiche silenziose come mausolei.

D'altro canto, la ragione per cui avevano indossato vestiti trasandati e puzzolenti divenne ben presto evidente. Nikaetomaas non passò da uno dei cancelli principali, ma da un ingresso più piccolo, attorno al quale si trovava un gruppo di individui vestiti di cenci e del tutto simili ai loro. Alcuni avevano in mano delle candele. Nonostante la luce di queste candele fosse molto flebile, Gentle riuscì a notare che nessuno di loro aveva un corpo intatto.

"Stanno aspettando di entrare?" chiese a Nikaetomaas.

"No. Questo è il cancello di San Peazzo e Sant'Ancorgiù. Non hai mai sentito parlare di loro nel Quinto? Penso che sia lì che hanno subito il martirio."

"E molto probabile," rispose Gentle.

"Li trovi ovunque a Yzordderrex. Nelle filastrocche, negli spettacoli dei burattini..." disse la donna.

"Vuoi dire che qui... che i santi fanno delle apparizioni?" chiese Gentle.

"In un certo senso," rispose Nikaetomaas.

"Ma che cosa spera questa gente?" domandò ancora Gentle, lanciando un'occhiata a quel gruppo di sciagurati. "Sperano di guarire?"

Di sicuro avevano un gran bisogno di qualche miracolo. Erano zoppi e malati, pieni di suppurazioni e devastati in tutto il corpo; alcuni sembravano così deboli da far pensare che non sarebbero arrivati all'indomani mattina.

"No," rispose Nikaetomaas. "Sono qui solo per il cibo. Spero solo che i Santi non siano stati così distratti dalla rivoluzione da non mostrarsi."

Non aveva ancora terminato la frase, che il suono di un motore che si accendeva dall'altra parte dei cancelli creò lo scompiglio tra la folla. Le stampelle divennero armi, la gente malata sputava dappertutto, gli invalidi lottavano per accaparrarsi un posto vicino al punto in cui sarebbe avvenuta la distribuzione. Nikaetomaas spinse Gentle nella rissa e questi fu costretto suo malgrado a farsi largo a pugni se non voleva perdere gli arti, strappatigli alle giunture da chi ne aveva meno di lui. A testa china, le braccia che mulinavano a difesa del corpo, Gentle si fece largo verso i cancelli che stavano per aprirsi.

Ciò che apparve dall'altro lato suscitò urla di devozione da ogni parte e strappò un grido di incredulità a Gentle. Spinto avanti fino a ostruire i cancelli, c'era un capolavoro del kitsch alto quasi cinque metri: un gruppo scultoreo dei santi Peazzi e Ancorgiù, spalla contro spalla, le braccia tese in avanti ad accogliere la folla sofferente e gli occhi che ruotavano come quelli dei pupazzi dei carri di carnevale a osservare ora la folla, come se ne fossero atterriti, e ora il cielo. Ma ciò che colpì più di ogni altra cosa Gentle fu il loro abbigliamento. Erano vestiti da capo a piedi di cibo. Mantelli di carne ancora fumante dal calore del forno ne coprivano i torsi; le salsicce si arrotolavano a mucchi come collane e braccialetti intrecciati al collo e ai polsi; dall'inguine pendevano sacchi pieni di pane, mentre le loro sottane erano strati di frutta e di pesce. La folla si lanciò immediatamente in avanti per spogliarli, picchiandosi senza pietà per soddisfare la propria fame, lottando per conquistare la propria parte.

I santi non erano privi di difese: per gli ingordi erano previste punizioni. Uncini e aculei, appositamente progettati per ferire, erano nascosti tra i diversi e generosi strati di sottane e cappe. Ma a quei fanatici sembrava non importasse. Cercavano di arrampicarsi sulle sottane delle statue disdegnando la frutta e il pesce per arrivare, invece, alle bistecche e alle salsicce. Alcuni cadevano procurandosi serie ferite, altri arrampicandosi sopra quegli sventurati giungevano alla meta urlando di gioia e iniziavano poi a riempire i sacchi che portavano sulle spalle. Ma, nonostante il trionfo, neanche loro erano al sicuro. Quelli che li incalzavano alle spalle o stavano ai loro piedi li tiravano giù, oppure strappavano dalle loro mani i sacchi lanciandoli ai compiici in mezzo alla folla, i quali, a loro volta, venivano assaliti e derubati.

Nikaetomaas si teneva stretta alla cintura di Gentle per non correre il rischio di perdersi in tutta quella baraonda, e dopo molte manovre e deviazioni i due raggiunsero la base delle statue. La gran macchina era stata progettata in modo da occupare tutta l'ampiezza dei cancelli, ma Nikaetomaas si accovacciò davanti allo zoccolo e, senza farsi scorgere dalle guardie che controllavano dall'alto l'ingresso, ruppe il basamento in cui erano alloggiate le ruote del veicolo. Era in ferro battuto, ma si squarciò come cartone sotto i suoi colpi, mentre i chiodi che lo tenevano fermo schizzavano via. Poi Nikaetomaas si infilò nell'apertura che aveva creato. Gentle la seguì. Una volta appostati sotto i Santi, il baccano della folla si fece più remoto: si sentiva solo il tonfo sordo dei corpi.

Era quasi completamente buio, e Nikaetomaas e Gentle strisciarono supini mentre il motore enorme e caldo lasciava fuoriuscire i suoi liquidi su di loro. Quando giunsero dall'altra parte del basamento, Nikaetomaas cominciò a far leva sul metallo per aprirsi un altro varco, mentre il rumore delle grida si faceva più forte. Gentle si guardò intorno, Altre persone avevano scoperto il varco aperto da Nikaetomaas e, pensando forse di poter scovare nuovi tesori sotto gli idoli, avevano cominciato a seguirli. Ormai non erano più solo due o tre, ma una moltitudine. Gentle si mise ad aiutare Nikaetomaas mentre lo spazio sotto i santi si riempiva di ingordi che arrivavano da ogni dove. L'intera struttura, nella sua grandiosità, cominciò a barcollare sotto le spinte degli sciagurati che, da sotto e da sopra, cercavano in ogni modo di rovesciarla. Nonostante il dondolio si accentuasse sempre più, Gentle riuscì a intravedere una possibilità di salvezza. Oltre i Santi c'era un cortile piuttosto grande, solcato dalle tracce della macchina e coperto di rifiuti alimentari.

La macchina che correva non sfuggì alle guardie. Due di esse abbandonarono all'istante il loro pasto sontuoso di carne di prima scelta per correre gridando a dare l'allarme. La loro ritirata permise a Nikaetomaas di passare inosservata e poi di voltarsi invitando Gentle a fare lo stesso. Il Moloch stava ormai per crollare e dall'altro lato si sentivano i colpi d'arma da fuoco delle guardie che, dall'alto, cercavano di allontanare la folla. Gentle sentì che qualcuno si aggrappava alle sue gambe, ma diede uno strattone e se ne liberò, mentre Nikaetomaas lo tirava a sua volta in avanti e lo trascinava all'aria aperta: in quel momento si udì un rumore simile a un tuono improvviso a ciel sereno, che annunciò che i Santi erano ormai stufi di resistere e pronti a cadere. Le schiene curve, Gentle e Nikaetomaas si precipitarono attraverso il cortile ricoperto di croste e di bucce e si misero al riparo nell'ombra, mentre, con gran fracasso, i Santi si piegavano all'indietro come ubriachi fradici. Alle loro braccia, ai mantelli e alle tuniche erano ancora appesi alcuni dei loro devoti. Tutto il gruppo scultoreo si frantumò nell'impatto con il terreno, proiettando in ogni direzione pezzi di carne mutilata, cucinata e stufata.

Le guardie scesero dai bastioni di difesa per arginare a fucilate la piena della folla. Gentle e Nikaetomaas non rimasero a guardare quel nuovo orrore, ma se la diedero a gambe e scapparono dentro il cancello, mentre le grida e i lamenti dei feriti li inseguivano nell'oscurità.

 

II

 

"Che cos'è tutta questa confusione, Rosengarten?"

"C'è un piccolo problema al Cancello dei Santi, signore."

"Siamo in stato d'assedio?" chiese l'Autarca.

"No. E solo uno sfortunato incidente."

"Ci sono morti?" domandò l'Autarca.

"Non troppi. Il cancello ora è chiuso," rispose Rosengarten.

"E Quaisoir? Come sta?" chiese l'Autarca.

"Non vedo Seidux dal tardo pomeriggio," rispose Rosengarten.

"E allora informati."

"Sarà fatto."

Rosengarten se ne andò e l'Autarca si concentrò di nuovo sull'uomo accasciato sulla sedia vicina.

"Queste notti di Yzordderrex sono molto lunghe," disse rivolgendosi a quell'uomo. "Nel Quinto, sai, sono lunghe la metà e pensa che io mi lamentavo allora perché erano troppo corte. Ma adesso mi chiedo se non sarebbe meglio che me ne tornassi là e fondassi una Nuova Yzordderrex. Che ne pensi?"

L'uomo sulla sedia non rispose. I suoi lamenti erano cessati ormai da tempo, sebbene i loro echi, più preziosi e più allettanti del loro stesso suono, continuassero a far vibrare l'aria della stanza fino al soffitto, così alto che vi si formavano di quando in quando nuvole che lasciavano cadere una pioggerellina delicata e purificatrice.

L'Autarca avvicinò la propria sedia all'uomo. Un sacco di fluido vivente delle dimensioni di una testa era fissato al petto della vittima, e i suoi arti, sottili come fili, lo trafiggevano raggiungendone il cuore, i polmoni, il fegato e le viscere. Era stato l'Autarca stesso a evocare quell'entità che era un frammento di una bestia ben più favolosa, la Renunciance, proveniente dall'In Ovo, scegliendola come un chirurgo sceglie dal vassoio degli attrezzi lo strumento più idoneo a eseguire un'operazione delicata e molto particolare. Quale che fosse la natura di quelle bestie, lui non le temeva. Decenni di riti di quel tipo gli avevano fatto prendere confidenza con tutte le speci abitanti nell'In Ovo e, anche se ce n'erano alcune che sicuramente non avrebbe portato mai nel mondo dei vivi, la maggior parte di esse aveva un istinto innato per riconoscere la voce del padrone e obbedirgli entro i limiti delle proprie facoltà mentali. L'Autarca aveva chiamato quella creatura Abelove, dal nome di un avvocato che aveva conosciuto di sfuggita nel Quinto e che assomigliava ad una sanguisuga proprio come quel frammento di malignità e puzzava quasi altrettanto.

"Come ci si sente?" chiese l'Autarca, tendendosi per captare il minimo mormorio di risposta. "Il dolore è passato, non è vero? Non te l'avevo forse detto?"

L'uomo aprì gli occhi e si umettò le labbra con la lingua. Quella smorfia si avvicinava molto a un sorriso.

"Ti senti come unito ad Abelove, giusto? Ti ha penetrato fin nei minimi recessi. Parla, per favore o dovrò togliertela di dosso. Sanguinerai da ogni buco, ma il dolore non sarà nulla in confronto alla sensazione di perdita che proverai."

"No... non..." gemette l'uomo.

"E allora parlami," ordinò l'Autarca in tono perentorio. "Sai quanto è stato difficile trovare una sanguisuga come questa? Sono quasi estinte, ormai. Ma io l'ho riservata a te. E tutto ciò che ti chiedo è che tu mi dica che cosa provi."

"Provo... una sensazione di benessere."

"È Abelove che parla o sei tu?" chiese l'Autarca.

"Siamo una cosa sola," rispose l'uomo.

"Come nel sesso?"

"No."

"Come nell'amore?"

"No. E come se non fossi ancora nato."

"Come nell'utero?" chiese l'Autarca.

"Come nell'utero," ripeté il trafitto.

"Oh, mio Dio, come ti invidio. Io non ho ricordi del genere. Io non sonò mai stato nell'utero di una madre."

L'Autarca si alzò dalla sedia e con la mano si coprì la bocca. Gli succedeva sempre quando il kreauchee gli scorreva nelle vene. Diventava, talvolta, insopportabilmente tenero, passando dal dolore alla rabbia per motivi del tutto oscuri.

"Essere uniti con un'altra anima," disse. "Indivisibilmente. Annientati e trasformati in una cosa sola nello stesso momento. Che gioia preziosa," aggiunse. Poi si volse verso il prigioniero che stava per chiudere di nuovo gli occhi. L'Autarca non se ne accorse. "E in momenti come questi," continuò "che mi piacerebbe essere un poeta. Mi piacerebbe saper trovare le parole per esprimere il mio struggimento. Penso che se venissi a sapere che un giorno mi riunirò indivisibilmente con un'anima, allora potrei davvero iniziare a diventare un uomo buono."

Sedette di nuovo accanto al prigioniero, che ora aveva gli occhi completamente chiusi.

"Ma non accadrà," disse, e le lacrime gli salirono agli occhi. "Siamo troppo egoisti. Abbiamo paura di ciò che siamo e temiamo di non essere nulla, così ci teniamo tanto stretto ciò che abbiamo che perdiamo tutto il resto." L'agitazione gli faceva tremare le lacrime sulle ciglia. "Mi stai ascoltando?" disse. Scosse l'uomo. La bocca del prigioniero si aprì e la saliva scivolò da un angolo. "Ascoltami!" s'infuriò l'Autarca. "Ti sto rendendo partecipe del mio dolore!"

Non ricevendo alcuna risposta, si alzò e colpì il prigioniero in faccia con tanta violenza da farlo cadere assieme alla sedia. La creatura attaccata al petto del prigioniero si mosse convulsamente in sintonia con il suo ospite.

"Non ti ho portato qui per farti dormire!" disse l'Autarca, "Voglio che tu condivida il mio dolore!"

L'Autarca afferrò la sanguisuga e cominciò a strapparla dal petto del prigioniero. Il panico della creatura pervase il suo ospite che cominciò subito a dimenarsi, e le corde che lo legavano alla sedia lo fecero sanguinare, mentre lottava per non farsi separare dalla sanguisuga. Meno di un'ora prima, quando Abelove era stato strappato alle tenebre e presentato al prigioniero, questi aveva pregato che il contatto con quella creatura gli fosse risparmiato. Adesso, ritrovata la parola, pregò e scongiurò affinché non gli fosse tolta di dosso. Le implorazioni si trasformarono in urla quando i filamenti del parassita, muniti di uncini per mantenere la presa, furono violentemente strappati dagli organi che avevano penetrato. Una volta staccati e gettati a terra, cominciarono a muoversi in ogni direzione per cercare di tornare nel loro ospite o trovarne uno nuovo. Ma l'Autarca rimase impassibile di fronte al panico dei due amanti e li divise come potrebbe fare la morte, calpestando Abelove per tutta la stanza e prendendo il viso dell'uomo tra le dita rese appiccicose dal sangue del suo spasimante.

"E adesso," disse l'Autarca, "come ti senti?"

"Ridammelo... per favore... ridammelo."

"È come nascere?" chiese l'Autarca.

"Qualsiasi cosa! Sì! Sì! Basta che tu me lo restituisca!"

L'Autarca lasciò la presa sull'uomo e attraversò la stanza fino a punto in cui aveva evocato la creatura. Si fece largo tra le viscere umane che aveva sparso per terra come esca e raccolse il coltello rimasto sul pavimento in mezzo al sangue, vicino alla testa cieca, poi tornò a non più di un passo dalla vittima. Tagliò i legacci del prigioniero e indietreggiò per godersi il resto dello spettacolo. Sebbene il prigioniero fosse gravemente ferito, con i polmoni tanto mal ridotti da far fatica a respirare, fissò lo sguardo sull'oggetto del suo desiderio e cominciò a trascinarsi per raggiungerlo. L'Autarca lo lasciò fare, ben sapendo che la distanza era troppa e che la scena sarebbe finita in tragedia.

L'amante non aveva fatto che pochi metri quando bussarono alla porta.

"Via!" disse l'Autarca, ma i colpi si ripeterono e questa volta si udì anche la voce di Rosengarten.

"Quaisoir è scappata, signore!"

L'Autarca osservò la disperazione del prigioniero che si trascinava e sprofondò lui stesso in uno stato di disperazione. Nonostante tutte le precauzioni, la sua donna lo aveva abbandonato per l'Uomo delle Pene.

"Entra!" ordinò.

Rosengarten entrò e fece rapporto. Seidux era morto. Era stato accoltellato e gettato dalla finestra. Le stanze di Quaisoir erano deserte, la sua ancella era sparita, il guardaroba era tutto sottosopra. Aveva già mandato degli uomini in cerca dei rapitori.

"Rapitori?" chiese l'Autarca. "No, Rosengarten. Nessun rapitore. Se n'è andata da sola."

Per tutto il tempo, non aveva distolto lo sguardo dall'amante che aveva coperto un terzo della distanza tra la sedia e il suo tesoro, ma cominciava a dare i primi segni di cedimento.

"È finita," disse l'Autarca. "È andata a cercare il suo Salvatore. Quella sporca puttana."

"Vuole che mandi degli uomini a cercarla?" chiese Rosengarten. "La città è piuttosto pericolosa."

"Anche lei sa essere pericolosa. Le donne dei Bastioni le hanno insegnato cose empie."

"Spero che quel posto di merda venga raso al suolo," aggiunse Rosengarten in uno dei suoi rari momenti di passione.

"Dubito che ciò possa accadere," disse l'Autarca. "Conoscono i modi per difendersi."

"Non da me. E impossibile," si vantò Rosengarten.

"Sì, invece, anche da te," insisté l'Autarca. "Anche da me. Il potere delle donne non può essere eliminato, alla faccia del nostro impegno. L'Imperscrutato ci ha provato, ma ha fallito anche lui. C'è sempre un angolino..."

"Una sola parola," lo interruppe il Comandante, "e vado laggiù ad appenderle tutte a un palo, quelle puttane."

"No, non capisci," ribatté l'Autarca in tono piatto, ma proprio per questo ancora più afflitto. "Quell'angolino di cui parlavo non è là fuori, ma qui dentro," disse indicando la testa. "È nelle nostre menti. I loro misteri ci ossessionano, anche se le allontaniamo dalla nostra vista. Anch'io. Dio sa come vorrei liberarmene. Io non sono fatto come voi. Come posso piangere per qualcosa che non ho mai avuto? Eppure lo faccio." L'Autarca sospirò. "Oh, eccome se lo faccio!" Guardò Rosengarten, la cui espressione era quella di chi non capiva. "Guardalo." L'Autarca riportò lo sguardo sul prigioniero mentre parlava. "Gli rimangono pochi secondi di vita. Ma la sanguisuga gli ha fatto sentire un sapore e lui cerca di gustarlo ancora."

"Che genere di sapore?"

"Il sapore dell'utero, Rosengarten. Ha detto che gli sembrava di trovarsi ancora nell'utero. Veniamo tutti cacciati. Qualunque cosa facciamo, ovunque ci nascondiamo, poi alla fine veniamo cacciati."

Quando l'Autarca terminò la frase, il prigioniero lanciò un ultimo gemito di sfinimento e cadde immobile. L'Autarca osservò per un po' quel corpo, mentre gli unici rumori che si udivano nella vastità della stanza erano quelli dei movimenti sempre più rallentati della sanguisuga sul pavimento freddo.

"Chiudi la porta e lasciali dentro," disse l'Autarca, dirigendosi verso l'uscita senza voltarsi verso Rosengarten. "Vado alla Torre del Cardine."

"Sì, signore," rispose il Comandante.

"Vieni da me quando si fa giorno. Queste notti sono troppo lunghe. Troppo lunghe. Qualche volta mi chiedo..."

Ma quello che si chiedeva gli sfuggì dalla mente prima che il pensiero potesse giungergli alle labbra, e fu in silenzio che uscì dalla tomba degli amanti.

 

36

 

I

 

Gentle non si era soffermato spesso a pensare a Taylor da quando, insieme a Pie, aveva iniziato il suo viaggio nei Domini. Ma allorché, giunto nelle strade adiacenti il palazzo, era stato interrogato da Nikaetomaas sul perché fosse venuto nell'Imagica, la prima cosa di cui si era ricordato era stata la morte di Taylor, e solo in seguito gli era tornata in mente Judith e il suo tentato omicidio. Ora, mentre assieme a Nikaetomaas passava tra le corti calme e buie e su, fino all'interno del palazzo, Gentle ripensò a quell'uomo, sdraiato sul letto di morte, che parlava di fluttuazioni e incaricava lui, Gentle, di risolvere quei misteri che egli non aveva più il tempo di penetrare.

"Avevo un amico nel Quinto cui sarebbe piaciuto tantissimo questo posto," disse Gentle. "Amava la desolazione."

Lì, la desolazione era in ogni cortile. I giardini che vi erano stati creati erano adesso in preda al caos. Ma il caos assorbe energia e la natura era stanca, sicché le piante, dopo la prima fioritura, soffocavano e appassivano, tornando alla terra con un colore di cenere. Il paesaggio non mutò nemmeno quando si incamminarono senza sapere dove dirigersi tra le innumerevoli gallerie coperte di polvere, tra le dépendance dimenticate e le stanze allestite per accogliere ospiti spirati decenni prima. La maggior parte dei muri, sia delle camere sia delle gallerie, erano decorati: alcuni con arazzi, altri con affreschi enormi. Gentle riconosceva in quelle immagini alcuni luoghi del suo viaggio: Patashoqua sotto un cielo verde-oro con un gruppetto di palloni aerostatici che s'innalzavano dal pianoro fuori le mura; una celebrazione nei templi de L'Himby. Ma in lui cresceva il sospetto che le più belle di quelle immagini raffigurassero la Terra e, in particolare, l'Inghilterra. Certo, l'Arcadia è un modello universale e nei Domini Riconciliati i pastori adoravano le ninfe proprio come li descrivevano i sonetti del Quinto, ma alcuni dettagli di quelle scene erano indiscutibilmente inglesi. Le rondini che volavano nei cieli di mezza estate, le mandrie che si abbeveravano nelle marcite mentre i guardiani dormivano; la guglia di Salisbury che si innalzava da un'altura di querce, le torri e le cupole di Londra in lontananza, viste da un declivio su cui ballavano fanciulle e pastori innamorati; persino Stonehenge, spostato, per amore di simmetria, su una collina a stagliarsi contro le nuvole cariche di tempesta.

"Inghilterra," mormorò Gentle. "Qualcuno qui ricorda l'Inghilterra."

Passarono troppo velocemente davanti a quelle opere perché Gentle avesse il tempo di osservarle con maggior attenzione, ma ebbe comunque modo di osservare che non erano firmate. Gli artisti che avevano abbozzato paesaggi inglesi, e che erano tornati poi a colorarli con tanto amore, erano evidentemente desiderosi di rimanere anonimi.

"Credo che dobbiamo cominciare a salire," suggerì Nikaetomaas quando per caso, durante il loro girovagare, s'imbatterono in un'enorme scalinata. "Più in alto andiamo e maggiori possibilità avremo di capire la topografia di questo palazzo." Salirono di cinque piani tutti caratterizzati da un gran numero di corridoi deserti, finché giunsero sul tetto; da lì riuscirono a cogliere le proporzioni del labirinto in cui si erano persi. Sopra di loro si vedevano torri che erano due, se non tre volte più alte di quella su cui erano saliti; sotto, invece, si stendevano cortili in ogni direzione. Alcuni erano attraversati da truppe in assetto di guerra; altri (la maggior parte) erano deserti come i corridoi e le stanze. Di là da quelli c'erano le mura del palazzo, e oltre le mura si intravedeva la città, i cui contorni svaporavano in una nebbia fumosa e il cui frastuono convulso arrivava fino a quella distanza. Cullati dall'isolamento di quel nido d'aquila, Gentle e Nikaetomaas sussultarono per un clangore che scoppiò molto più vicino. Quasi contenti di scorgere in quel mausoleo segni di vita, sebbene provenienti dal nemico, si precipitarono verso la fonte del rumore, giù per una rampa di scale, e attraversarono un ponte interno che univa due torri.

"I cappucci!" esclamò Nikaetomaas, nascondendo la propria coda di cavallo dentro la blusa e mettendosi in testa il rosso copricapo. Gentle fece lo stesso, sebbene dubitasse che un tale travestimento potesse proteggerli, nel caso fossero stati scoperti.

Udirono ordini che venivano impartiti nella galleria di fronte e Gentle spinse Nikaetomaas in una nicchia nel muro, dove avrebbero potuto ascoltare senza farsi scorgere. L'ufficiale spronava la truppa promettendo un mese di licenza premio a chiunque avesse trovato e catturato un Eurhetemec, Qualcuno gli chiese quanti fossero e lui rispose che aveva sentito che ce n'erano sei, ma che non credeva che il numero fosse esatto, perché avevano già ucciso un numero di persone superiore di almeno dieci volte. Siano sei, sessanta o seicento sono in tanti, disse, e sono in trappola. Non usciranno vivi di qui. Ciò detto, fece sparpagliare il contingente e ordinò di sparare a vista.

Tre soldati furono mandati nella direzione del nascondiglio di Gentle e Nikaetomaas. Non appena furono loro vicini, Nikaetomaas uscì dall'ombra e ne uccise due con un colpo ben assestato. Il terzo cercò di reagire, ma Gentle, che non aveva la stessa massa muscolare e la forza di Nikaetomaas, prese la rincorsa e gli si gettò addosso cadendo, per l'impeto, assieme a lui. Il soldato alzò il fucile puntandolo alla testa di Gentle, ma Nikaetomaas afferrò l'arma e la mano che lo teneva, sollevando l'uomo per il braccio finché non si trovò a faccia a faccia con lei, il fucile puntato al soffitto, le dita troppo schiacciate da quelle della donna per poter premere il grilletto. Poi, con la mano libera, Nikaetomaas gli tolse l'elmetto e lo fissò negli occhi.

"Dov'è l'Autarca?" chiese.

L'uomo stava soffrendo le pene dell'inferno ed era troppo atterrito per fingere di non sapere.

"Nella Torre del Cardine," rispose.

"Qual è?"

"È la più alta di tutte," disse il soldato in lacrime, cercando di aggrapparsi al braccio da cui penzolava.

"Portaci là," gli ordinò Nikaetomaas. "Per favore."

Digrignando i denti, l'uomo fece cenno di sì con il capo e lei lo lasciò andare. Il fucile gli sfuggì dalle dita ormai inservibili quando l'uomo cadde a terra. Nikaetomaas lo invitò a rialzarsi con un cenno del dito.

"Come ti chiami?" gli chiese.

"Yark Lazarevich," le rispose, tenedosi la mano rotta nella piega del braccio.

"Bene, Yark Lazarevich, se farai un qualsiasi tentativo per chiedere aiuto o meglio, se fai una qualunque mossa falsa che io possa interpretare come una richiesta di aiuto, ti faccio schizzare fuori le cervella dal cranio a una velocità tale che arriveranno a Patashoqua prima che tu abbia avuto il tempo di fartela sotto. Sono stata chiara?"

"Chiarissima."

"Hai bambini?"

"Sì, due."

"Be', se non vuoi che restino orfani sta' molto attento. Domande?"

"No, voglio solo avvisarvi che la Torre è piuttosto lontana da qui. Non voglio che pensiate che vi sto portando fuori strada."

"Muoviti allora," disse Nikaetomaas, e Lazarevich li condusse di nuovo sul ponte, verso le scale, spiegando nel frattempo che il tragitto più veloce per arrivare alla Torre passava attraverso il Cesscordium, due piani più in basso.

Avevano sceso una decina di scalini appena, quando sentirono dietro di sé degli spari e videro uno dei due compagni di Lazarevich che, per lanciare l'allarme, sparò altri colpi in aria mettendosi a urlare. Se non fosse stato tanto malfermo sulle gambe, avrebbe potuto colpire Gentle o Nikaetomaas, ma entrambi riuscirono a buttarsi giù per le scale prima che l'uomo riuscisse a raggiungerne la sommità. Lazarevich, intanto, protestava dicendo che lui non c'entrava nulla con tutto questo, che amava i suoi bambini e che tutto ciò che desiderava era rivederli.

Nella galleria al piano inferiore si udirono dei passi di corsa e grida di risposta a coloro che avevano lanciato l'allarme. Nikaetomaas vomitò una serie di parolacce che avrebbero fatto rizzare i capelli a Gentle, se le avesse capite, e si avventò su Lazarevich, il quale, a sua volta, si buttò giù per le scale prima che lei potesse afferrarlo, riunendosi a un drappello di suoi camerati sul pianerottolo inferiore. Nella foga dell'inseguimento Nikaetomaas superò Gentle e finì col trovarsi sulla linea di fuoco dei soldati i quali non esitarono un secondo. Spararono quattro raffiche; quattro pallottole colpirono il bersaglio. Il suo fisico robusto non le servì a molto stavolta. Cadde su se stessa, il suo corpo scivolò giù per le scale e si fermò a pochi scalini dal fondo. Mentre osservava la scena, tre pensieri passarono per la mente di Gentle. Primo, che i bastardi avrebbero pagato anche per questo. Secondo, che nasconderei ormai era del tutto inutile. E terzo, che non sarebbe stato male se fosse riuscito a far cadere sulle loro teste assassine il tetto di quella fortezza e fosse cominciata a girar voce che c'era un'altra potenza all'interno del palazzo oltre l'Autarca. Si rammaricava per le vittime che aveva provocato nella via Golosa, ma mai e poi mai si sarebbe dispiaciuto per queste. Tutto ciò che doveva fare era portarsi la mano alla testa e togliersi il cappuccio dal viso prima che cominciassero a partire le pallottole. I soldati convergevano da tutte le direzioni. Venite, venite, pensò Gentle, alzando le mani in segno di finta resa, mentre quelli giungevano: venite, unitevi alla festa.

Uno degli uomini che arrivò assieme ai soldati era evidentemente un'autorità. Batté i tacchi e fu ricambiato con il saluto formale da parte dei soldati. Guardò in alto verso la scala e verso il prigioniero.

"Generale Racidio," disse uno dei capitani. "Abbiamo catturato due ribelli."

"Questi non sono Eurhetemec," disse il generale mentre con lo sguardo andava da Gentle al corpo senza vita di Nikaetomaas e di nuovo a Gentle: "Credo che abbiate catturato due Dearther, piuttosto."

Cominciò a salire le scale verso Gentle, che stava tirando di nascosto un profondo respiro dall'orlo del telo che gli celava il viso e si preparava a toglierselo. Avrebbe avuto due o tre secondi a disposizione, al massimo. Il tempo necessario per afferrare Racidio e usarlo come ostaggio, nel caso che lo pneuma non avesse ucciso tutti i soldati.

"Vediamo che faccia hai," disse il Comandante, e tolse il cappuccio dalla faccia di Gentle.

L'istante che doveva servire a rilasciare lo pneuma servì, invece, a far barcollare Racidio all'indietro, sgomento davanti ai lineamenti che aveva scoperto togliendo il telo. Qualunque cosa avesse scorto, i soldati di sotto non potevano scorgerla e continuarono a tenere Gentle nel mirino finché il generale non diede l'ordine di abbassare i fucili. Gentle era confuso quanto loro, ma non aveva nessuna intenzione di chiedere perché la sua esecuzione fosse stata sospesa. Abbassò le mani e si diresse verso il fondo della scalinata, raggiungendo il corpo di Nikaetomaas. Racidio indietreggiò ancora: continuava a scuotere il capo e a umettarsi le labbra, ma sembrava non trovare le parole adatte per esprimersi. Sembrava che aspettasse da un momento all'altro di sentire la terra aprirsi sotto i suoi piedi e, in effetti, era proprio questo che segretamente sperava. Per non correre il rischio di rivelare a quell'uomo il suo errore con una parola fuori luogo, Gentle fece un cenno a Lazarevich con il dito piegato a uncino, come aveva fatto Nikaetomaas soltanto pochi minuti prima. Lazarevich si era nascosto dietro una fila di soldati e venne allo scoperto di malavoglia, lanciando un'occhiata al proprio capitano e a Racidio nella speranza che l'ordine di Gentle venisse annullato da un contrordine. Ma non fu così. Gentle gli andò incontro e Racidio pronunciò le prime parole che riuscì a trovare da quando aveva scoperto i lineamenti del rivoltoso.

"Perdonami," disse. "Sono mortificato."

Gentle non gli diede la soddisfazione di rispondergli ma, con Lazarevich al fianco, salì la rampa di scale, avvicinandosi al gruppo dei soldati. Questi si divisero senza proferire parola e Gentle proseguì camminando tra le loro file, lottando contro l'impulso impellente di affrettare il passo. Gli dispiacque non poter dire addio a Nikaetomaas, ma l'impazienza e i sentimentalismi non potevano essergli d'aiuto in quel momento. Aveva ricevuto una specie di grazia e forse con il tempo avrebbe capito perché. Quello che doveva fare al più presto era trovare l'Autarca e, con lui, anche il mystif.

"Vuoi ancora andare alla Torre del Cardine?" disse Lazarevich.

"Sì."

"Quando ti avrò portato là, mi lascerai andare?" chiese il soldato.

Gentle rispose di nuovd: "Sì."

Ci fu una pausa mentre il soldato cercava di orientarsi. Poi disse:

"Chi sei?"

"Forse è meglio che tu non lo sappia," rispose Gentle, non solo a suo vantaggio, ma a vantaggio della sua guida.

 

II

 

Erano sei all'inizio. Ora erano rimasti solo in due. Una delle vittime era Thes'reh'ot, ucciso mentre stava incidendo una croce in un angolo che avevano appena svoltato nel labirinto di cortili. Aveva pensato infatti di lasciare segni lungo il percorso per trovare facilmente l'uscita, una volta portata a compimento l'opera.

"È solo la volontà dell'Autarca a tenere in piedi questi muri," aveva detto quando erano entrati nel palazzo. "Quando quella sarà abbattuta anche loro crolleranno. Dobbiamo riuscire a battere in ritirata molto rapidamente se non vogliamo rimanere sepolti qui sotto."

Che Thes'reh'ot si fosse offerto volontario per una missione che, ridendo, aveva definito un suicidio, era sorprendente, ma questa ulteriore manifestazione di ottimismo sconfinava nella schizofrenia. La sua morte improvvisa non aveva tolto a Pie un alleato, ma anche la possibilità di chiedergli il motivo per cui si era unito a lui. Un altro interrogativo nasceva da una strana sensazione: che la sentenza fosse già stata decisa da tempo, prima ancora dell'arrivo di Pie e Gentle a Yzordderrex. Quell'ineluttabilità portava ovviamente con sé il fatalismo e, sebbene il mystif avesse incoraggiato Thes'reh'ot a pensare al percorso del ritorno, in realtà non nutriva troppe illusioni sulla conclusione di quel viaggio.

Con uno sforzo di volontà, Pie aveva cercato di allontanare dalla mente il pensiero di ciò che avrebbe perduto estinguendosi finché l'argomento non fu sollevato dall'ultimo dei suoi compagni sopravvissuti: Lu'chur'chem, un Eurhetemec purosangue con la pelle blu-nera e gli occhi dalla doppia iride.

Si trovavano in una galleria affrescata con rappresentazioni della città cui Pie una volta aveva dato il nome di patria. Le strade di Londra erano rappresentate com'erano all'epoca in cui il mystif era nato, piene di venditori di mangime per piccioni, di attori girovaghi e di dandy.

Osservando il modo con cui Pie guardava quei dipinti, Lu'chur'chem disse: "Mai più, eh?"

"Mai più che cosa?" chiese Pie.

"Là fuori per le strade a vedere come è il mondo di mattina."

"No?"

"No," ripeté Lu'chur'chem. "Non usciremo più di qui e lo sappiamo entrambi."

"Non m'importa," rispose Pie. "Ho visto tante cose. E ne ho provate altrettante. Non ho rimpianti."

"Hai avuto una vita lunga?"

"Sì, infatti."

"E il tuo Maestro? Anche lui ha avuto una vita lunga?"

"Sì, anche lui," rispose Pie, volgendo di nuovo lo sguardo agli affreschi.

Sebbene le raffigurazioni fossero abbastanza semplicistiche, risvegliarono comunque i ricordi del mystif, rievocando la confusione e il brusio delle vie affollate in cui lui e il suo Maestro avevano camminato nei giorni luminosi e pieni di speranza prima della Riconciliazione. Lì c'erano le strade alla moda di Mayfair con i bellissimi negozi dove le donne sofisticate andavano a comperare l'acqua di lavanda, la seta di Mantova e la mussola bianca come neve. Qui, invece, c'era la ressa di Oxford Street dove una cinquantina di ambulanti si sgolavano per attirare i clienti: venditori di pantofole, quaglie, ciliegie e pan di zenzero. Tutti lottavano per conquistare un tratto di marciapiede e un pezzetto di cielo in cui lanciare le loro offerte. E lì c'era anche una fiera, molto probabilmente quella di San Bartolomeo, dove di giorno si potevano trovare più peccati di quanti ne abbia mai potuto vantare di notte Babilonia.

"Chi è l'autore?" domandò Pie ad alta voce mentre procedevano.

"Mani diverse, a quanto pare," rispose Lu'chur'chem, "Si riesce a vedere dove termina uno stile e ne inizia un altro."

"Ma qualcuno deve aver guidato la mano dei pittori; deve aver fornito loro i dettagli, i colori. A meno che l'Autarca non abbia rapito gli artisti nel Quinto Dominio."

"Possibilissimo," rispose Lu'chur'chem. "Ha rapito gli architetti e ha messo in catene tribù intere per costruire il palazzo."

"E nessuno lo ha mai sfidato?"

"Hanno cercato di ribellarsi più volte, ma lui ha sempre represso ogni tentativo. Ha fatto bruciare le università, ha appeso per il collo teologi e radicali. La stretta della sua tirannia è stata mortale. E poi aveva il Cardine, e molti credono che il Cardine sia un segno del favore dell'Imperscrutato. Se Hapexamendios non avesse voluto che l'Autarca governasse Yzordderrex, non avrebbe mai permesso che il Cardine venisse portato qui. Questo è quello che si dice in gko. E io non..." Lu'chur'chem si fermò, dato che anche Pie si era fermato. "Che cosa c'è?" chiese.

Il mystif strabuzzò gli occhi di fronte a un'immagine e il suo respiro accelerò.

"C'è qualcosa che non va?" chiese Lu'chur'chem.

Ci volle qualche secondo prima che Pie riuscisse a trovare le parole. "Penso che non dovremmo andare oltre," disse.

"Perché no?" chiese incuriosito Lu'chur'chem.

"Non insieme, almeno. La sentenza riguarda me, e sono io che dovrò portare l'opera a compimento."

"Ma cosa ti prende? Sono arrivato sin qui e adesso voglio prendermi la mia parte di soddisfazione," disse Lu'chur'chem.

"Che cosa è più importante?" gli chiese il mystif, distogliendo lo sguardo dal dipinto che lo aveva affascinato. "La tua soddisfazione o il successo dell'opera che siamo venuti a compiere?"

"Conosci già la mia risposta."

"E allora fidati di me. Devo procedere da solo. Aspettami qui, se vuoi."

Lu'chur'chem fece una smorfia, simile a quella di Culus, forse solo più volgare. "Io sono venuto qui per uccidere l'Autarca," aggiunse.

"No. Tu sei venuto per aiutarmi e lo hai fatto. Sono le mie mani che devono uccidere l'Autarca, non le tue. Così vuole la sentenza."

"Ah, ecco che tiri in ballo la sentenza! La sentenza! Io ci sputo sulla sentenza! Io voglio vedere morto l'Autarca. Voglio vederlo in faccia."

"Ti porterò i suoi occhi," insistette Pie. "È il massimo che posso fare. Davvero, Lu'chur'chem. Le nostre strade si dividono qui."

Lu'chur'chem sputò per terra, in un punto a metà fra loro due.

"Non ti fidi di me, non è vero?" chiese.

"Se ti piace pensarlo," disse il mystif.

"Merda, mystif!" esplose Lu'chur'chem. "Se ne esci fuori vivo, ti giuro che ti ucciderò, ti ucciderò, te lo giuro!"

La discussione terminò così. Lu'chur'chem sputò per terra di nuovo e fece dietrofront, ritornando sui suoi passi nella galleria e lasciando che il mystif fissasse ancora una volta gli occhi sul dipinto che gli aveva fatto accelerare le pulsazioni e il respiro.

Per strano che fosse vedere raffigurati Oxford Street e la Fiera di san Bartolomeo su quelle pareti così lontane nel tempo e nello spazio dal Dominio che li aveva ispirati, Pie avrebbe potuto mettere a tacere la sua nascente inquietudine se all'improvviso non avesse visto un dipinto molto diverso dagli altri che lo avevano preceduto. Gli altri raffiguravano spettacoli pubblici, ripresi centinaia di volte nelle stampe e nei dipinti satirici. Questo no. Gli altri rappresentavano strade e luoghi famosi in tutto il mondo. Questo no. Mostrava una via secondaria di Clerkenwell, quasi un ghetto, e Pie non avrebbe mai immaginato che un artista del Quinto potesse sprecare la propria penna o il proprio pennello per dipingere una cosa del genere. E invece eccola lì, raffigurata nei minimi dettagli: Gamut Street, precisa al mattone e all'ultima foglia. E in primo piano al centro del quadro il numero ventotto, la casa del Maestro Sartori.

Era stata riprodotta con estrema attenzione e cura. Uccelli appollaiati sul tetto; sul marciapiede una lotta tra cani. E tra chi lottava e chi tubava si ergeva la casa, baciata da una striscia di luce solare che non arrivava alle altre case affiancate. La porta centrale era chiusa, ma le finestre del piano superiore erano spalancate, e l'artista aveva disegnato una figura affacciata, un viso troppo in ombra per essere riconosciuto al primo colpo. Era però ben visibile l'oggetto della sua attenzione: una ragazza nella casa di fronte seduta davanti allo specchio e con il suo cane in braccio, le dita che giocherellavano con i nastri che legavano il corsetto. Nella strada, tra quella bellezza e l'assorto voyeur, c'erano almeno una decina di dettagli che potevano derivare solo da un'esperienza diretta. Sul marciapiede, sotto la finestra della ragazza, passava una piccola processione di orfanelli affidati alla parrocchia, vestiti di bianco e con il loro bastoncino in mano. Marciavano disordinatamente dietro il sagrestano, un bruto di nome Willis che Sartori aveva una volta picchiato a sangue proprio in quel punto per la crudeltà dimostrata nei confronti dei piccoli. Dall'angolo più lontano arrivava la carrozza di Roxborough, tirato dal suo baio favorito, Bellamarre, così chiamato in onore del Conte di Saint Germain, che anni prima con quel nome aveva raggirato metà delle donne di Venezia. Dal numero trentadue, la padrona di casa cercava di cacciare via un dragone. Quella donna era solita intrattenere gli ufficiali del reggimento del Principe di Galles (solo quelli del Decimo e nessun altro) quando il marito non c'era. La vedova della casa dirimpetto osservava, rosa dall'invidia.

Nel quadro erano raffigurate queste e molte altre scenette simili, e non ce n'era una che Pie non avesse visto svolgersi un numero infinito di volte. Ma chi era lo spettatore nascosto che aveva istruito gli artisti nella realizzazione di quell'opera, in modo tale che la carrozza, la ragazza, il soldato, la vedova, i cani, gli uccelli, il guardone e tutto il resto fossero così verosimili?

Non trovando risposta, Pie distolse lo sguardo dal dipinto e lo riportò sull'interminabile galleria. Lu'chur'chem era sparito sputando a destra e a manca. Il mystif era solo: davanti e dietro il corridoio era deserto. La compagnia di Lu'chur'chem gli sarebbe mancata e Pie si rammaricò per non essere riuscito a far capire al compagno che doveva proseguire da solo senza offenderlo.

Ma quel dipinto sulla parete dimostrava che lì si nascondevano segreti per i quali non aveva ancora trovato una spiegazione e, dato che era ormai prossimo a scoprirli, non voleva avere testimoni. I testimoni, infatti, troppo spesso si trasformano in accusatori, e Pie aveva già dovuto sopportare abbastanza accuse e rimproveri. Se le tirannie di Yzordderrex erano in qualche modo legate alla casa di Gamut Street e se lui, Pie, a sua volta aveva involontariamente contribuito a crearle, allora voleva scoprire la sua colpa da solo.

Preparato per quanto poteva a ricevere rivelazioni del genere, si allontanò dal dipinto, ricordando a se stesso la promessa che aveva fatto a Lu'chur'chem. Se fosse sopravvissuto a quell'impresa, doveva tornare da lui con gli occhi dell'Autarca. Occhi che senza dubbio si erano posati su Gamut Street e l'avevano osservata con la stessa ossessività con cui il guardone affacciato alla finestra aveva studiato la sua amata dall'altra parte della strada, prigioniera della propria immagine riflessa.

 

37

 

Come il quartiere dei teatri di molte altre città dell'Imagica, sia nei Domini Riconciliati sia nel Quinto, quello in cui sorgeva l'Ipse era stato, tempo addietro, un luogo abbastanza famoso in cui attori di entrambi i sessi arrotondavano il salario con i vecchi cinque atti: offerta, diniego, controfferta, consumazione e pagamento, ripetuti di ora in ora, giorno e notte. In seguito il centro di queste attività si era spostato dall'altra parte della città, dove un numero crescente di clienti della classe media si sentiva meno esposto allo sguardo indiscreto di coloro che cercavano divertimenti più rispettabili. La via Golosa e i suoi dintorni si erano espansi nel giro di pochi mesi e ben presto divennero il terzo Kesparate per ordine di ricchezza nella città, lasciando il quartiere dei teatri al declino nella legalità.

Forse proprio perché non destava quasi più interesse nei cittadini, esso era sopravvissuto ai traumi delle ultime ore meglio della maggior parte dei Kesparate della sua grandezza. C'era stata anche lì qualche azione di guerra. I battaglioni del generale Mattalaus erano passati nelle sue strade dirigendosi a sud, verso la soprelevata dove i ribelli stavano cercando di costruire un ponte di fortuna sul delta; poco dopo un gruppo di famiglie del Caramess aveva cercato riparo nel Rialto di Koppocovi. Ma non erano state erette barricate, né edifici dati alla fiamme. Il Deliquium sarebbe arrivato intatto alla mattina seguente. La sua sopravvivenza non era dovuta tanto alla noncuranza generale, quanto alla presenza al suo interno della Collina Pallida, un luogo che non era né una collina né tantomeno pallido, bensì una specie di sito della rimembranza al cui centro stava un pozzo usato da tempo immemorabile come tomba dei condannati a morte, dei suicidi, dei mendicanti e, talvolta, di qualche anima romantica che sceglieva di marcire in simili compagnie. Il giorno dopo qualcuno avrebbe detto che i fantasmi di quelle anime dimenticate si erano levati a difesa del loro territorio, impedendo ai vandali e ai rivoltosi di distruggere il Kesparate, e quindi ossessionare con la loro presenza l'Ipse e il Rialto ululando per le strade come cani impazziti lanciati all'inseguimento della coda della Cometa.

Quaisoir attraversò indenne numerose battaglie, vestita dei suoi cenci e con un gemito di supplica indistinto in gola. Quella sera, sulle strade di Yzordderrex c'erano molte donne in preda al dolore, e tutte imploravano Hapexamendios perché facesse tornare sani e salvi tra le loro braccia i figli e i mariti. Non venivano quasi mai fermate, sembrando i loro pianti parola d'ordine sufficiente.

Le battaglie di per se stesse non scossero Quaisoir; a suo tempo anche lei aveva organizzato e presenziato a esecuzioni di massa, anche se, quando le teste decapitate le erano rotolate ai piedi, se ne era sempre andata in tutta fretta lasciando ad altri il compito di ripulire il posto. Adesso invece le toccava camminare scalza su strade ridotte a mattatoi e la sua leggendaria indifferenza allo spettacolo della morte veniva sopraffatta da un orrore così profondo che fu costretta più volte a cambiare direzione per evitare una via in cui la puzza di viscere e di sangue bruciato era assolutamente insopportabile. Quaisoir sapeva che avrebbe dovuto confessare all'Uomo delle Pene anche questo peccato di codardia, ma le sue colpe erano così numerose che una in più non avrebbe fatto differenza.

Quando giunse infine all'angolo della strada in fondo alla quale s'innalzava il teatro di Pluthero, qualcuno la chiamò per nome. Si fermò per vedere chi fosse. Era un uomo vestito di blu che, appoggiato allo stipite di una porta, teneva in una mano un frutto e nell'altra il coltello con cui lo stava sbucciando. Sembrava non avere dubbi sull'identità di Quaisoir.

"Tu sei la sua donna," disse l'uomo.

Che fosse il Signore? L'uomo che lei aveva visto sui tetti del porto le era apparso in controluce, per cui non aveva potuto distinguerne bene i lineamenti. Poteva essere lui?

L'uomo chiamò fuori qualcuno dall'interno della casa, dicendogli di raggiungerlo sugli scalini della porta dove sedeva; dalle incisioni lascive di cui era adorno il portico, si sarebbe detto che quei posto fosse stato un tempo un bordello. Il discepolo, un Oethac, giunse sulla soglia con una bottiglia in una mano, mentre con l'altra arruffava i capelli di un bambino dall'aria istupidita, nudo. Quaisoir. cominciò a pensare di essersi sbagliata, ma non osò andarsene senza prima avere avuto una conferma o una smentita alle proprie speranze. "Sei tu l'Uomo delle Pene?" chiese.

L'uomo che sbucciava il frutto alzò le spalle. "Non lo siamo tutti, questa notte?" le disse gettando via il resto del frutto. Il bambino tonto saltò giù per le scale, raccolse il frutto e se lo infilò in bocca tutto intero: era un boccone troppo grande per lui, tanto che il viso gli si deformò e il succo del frutto cominciò a uscirgli dalla bocca.

"Lei è la causa di tutto questo," disse ancora l'uomo indicando Quaisoir con il coltello. Si girò verso l'Oethac e gli spiegò: "Stava al porto. L'ho vista con i miei occhi."

"Chi è ?" chiese l'Oethac.

"È la donna dell'Autarca," fu la risposta. "Quaisoir." L'uomo fece un passo verso di lei e aggiunse: "Sei tu, non è vero ?"

Quaisoir non poteva negare né darsela a gambe. Se quell'uomo era davvero Gesù, lei non poteva chiedergli di essere perdonata esordendo con una bugia.

"Sì," gli rispose. "Sono Quaisoir. Ero la donna dell'Autarca."

"È bellissima," esclamò l'Oethac.

"Non mi importa del suo aspetto," rispose l'uomo, "È quello che ha fatto che è importante."

"Sì." disse Quaisoir, cominciando a credere che quello fosse davvero il Figlio di Davide. "Questo è quello che conta. Quello che ho fatto."

"Le esecuzioni."

"Sì."

"... Ho perso un sacco di amici e la colpa è tua."

"Oh, Signore, perdonami," disse Quaisoir, e si inginocchiò ai suoi piedi.

"Ti ho vista al porto, stamane," disse Gesù, avvicinandosi a lei. "Sorridevi..." aggiunse.

"Perdonami," ripeté Quaisoir.

"Ti guardavi intorno e sorridevi. E ho pensato che quando ti avessi rivista..." continuò Gesù, ora a tre passi da lei.

"I tuoi occhi scintillavano..."

L'uomo pose la mano appiccicosa sulla testa di Quaisoir.

"Ho pensato che quegli occhi..."

L'uomo sollevò il coltello...

"... dovessero sparire."

Poi lo abbassò, e in men che non si dica, privò della vista la sua discepola prima ancora che potesse lanciare un solo grido.

 

Le lacrime che riempirono improvvisamente gli occhi di Jude erano stranamente appiccicose. Cominciò a piangere in modo convulso per un dolore più fisico che spirituale e, per frenare il pianto, si strofinò le orbite con il palmo della mano. Ma il pianto non cessava. Le lacrime continuavano a sgorgare, calde e amare, e i singhiozzi le facevano scuotere in continuazione il capo. Sentì il braccio di Dowd intorno a sé e gliene fu grata. Senza il suo aiuto sarebbe sicuramente caduta.

"Che cosa c'è che non va?" le chiese.

Non era il caso di confidare a Dowd il fatto che stesse condividendo i dolori di Quaisoir. "Dev'essere il fumo," disse Judith. "Faccio fatica a vedere."

"Siamo quasi arrivati all'Ipse," la consolò Dowd. "Ma dobbiamo continuare a camminare ancora per un po'. Non possiamo rimanere all'aperto. Non è sicuro."

Era vero. I suoi occhi, che al momento vedevano solo un rosso pulsante, si erano posati in quell'ultima ora su atrocità che avrebbero potuto alimentare innumerevoli incubi. L'Yzordderrex dei suoi sogni, la città il cui vento l'aveva chiamata come un amante invita la propria compagna a letto, era un cumulo di macerie. Forse quello era il motivo per cui Quaisoir piangeva lacrime così brucianti.

Le sue dopo un po' cessarono, ma il dolore persisteva. Sebbene disprezzasse l'uomo al quale si stava appoggiando, senza il suo aiuto sarebbe caduta per terra e lì sarebbe rimasta. Dowd cercò di incoraggiarla, passo dopo passo. L'Ipse era vicino, ormai, le ripeté, appena un incrocio o due più avanti. Non voleva fermarsi lì, mentre lui andava a immergersi nelle glorie passate? Judith non prestò quasi attenzione al monologo di Dowd. Era sua sorella che le colmava i pensieri: il fatto che ora si sarebbero incontrate la metteva a disagio. Di sicuro Quaisoir non si sarebbe avventurata in quelle strade indifesa e alla sua vista Dowd si sarebbe semplicemente fatto da parte, lasciandole sole. Ma che cosa sarebbe successo se Dowd non fosse rimasto sopraffatto dal timore reverenziale, che cosa sarebbe successo se si fosse ribellato contro una delle due o contro entrambe? Quaisoir aveva forse qualche difesa contro le termiti di Dowd? Prese a strofinarsi gli occhi gonfi e arrossati mentre continuava a procedere per la strada, decisa a vederci bene quando fosse giunto il momento di sottrarsi alla prigionia di Dowd.

Questi interruppe improvvisamente il proprio monologo. Si fermò, obbligando Jude a fare lo stesso. La donna sollevò il capo. La strada davanti a loro non era ben illuminata, ma il bagliore degli incendi lontani si insinuava tra gli edifici e lì Jude riconobbe la figura che si trascinava in uno di quegli aloni luminosi. Jude scoppiò a piangere. Gli occhi di Quaisoir erano stati strappati, e i suoi aguzzini la stavano inseguendo. Uno era un bambino, l'altro un Oethac. Il terzo, macchiato di sangue, era anche quello che più degli altri aveva sembianze umane, pur se i suoi lineamenti erano deformati dal piacere di tormentare la regina. Brandiva ancora il coltello con cui le aveva cavato gli occhi e ora lo stava sollevando sulla schiena nuda della vittima.

Prima che Dowd potesse impedirglielo, Jude gridò: "Fermo!"

L'uomo arrestò la corsa del coltello a metà strada, e i tre aguzzini all'inseguimento di Quaisoir si voltarono verso Jude. Il bambino non si accorse di nulla: aveva un'espressione assolutamente vacua. Anche l'uomo che brandiva il coltello rimase in silenzio, esterrefatto. Fu l'Oethac a parlare per primo, e pronunciò parole confuse, dettate dal panico.

"Tu... ferma là," le intimò mentre con lo sguardo andava dalla donna ferita alla sua copia incolume. L'accecatore ritrovò la voce e intimò all'Oethac di stare zitto, ma questi continuò a parlare.

"Guardala!" disse. "Che cazzo hai fatto? Eh? Guardala!"

"Ma chiudi il becco," disse l'accecatore. "Non ci farà nulla."

"Come fai a dirlo?" chiese l'Oethac, sollevando il bambino con un braccio e mettendoselo sulle spalle. "Non sono stato Io," continuò a dire, mentre indietreggiava. "Non le ho mai torto un capello. Lo giuro. Lo giuro sulle mie cicatrici."

Jude ignorò quei falsi giuramenti e si avvicinò di un passo a Quaisoir. Ma bastò la semplice mossa, e l'Oethac fuggì a gambe levate. L'accecatore, però, rimase dov'era, traendo coraggio dalla lama che teneva in pugno.

"Guarda che ti riservo lo stesso trattamento," l'avvisò. "Non mi importa un fico chi tu sia, ti faccio fare la stessa fine, hai capito?"

Alle proprie spalle Jude udì la voce di Dowd. Aveva un tono autoritario che non gli aveva mai sentito prima.

"Io la lascerei stare, se fossi in te," disse Dowd.

Queste parole suscitarono una reazione da parte di Quaisoir. Sollevò il capo e si voltò verso Dowd. Gli occhi non le erano stati solo accecati, ma estirpati letteralmente dalle orbite. Nel vedere quelle cavità, Jude si vergognò di quel dolore insignificante che aveva provato per empatia: non era nulla in confronto a ciò che provava Quaisoir. Ma la sua voce sembrava ora quasi allegra.

"Signore?" disse. "Dolce Signore. Non è questa una punizione sufficiente? Mi perdonerai adesso?"

A Jude non sfuggì né la natura dell'errore che Quaisoir stava commettendo, né la sua profonda ironia. Dowd non era affatto il Salvatore. E tuttavia, parve contento di assumere un ruolo del genere. Rispose a Quaisoir con una delicatezza falsa quanto lo era stata la durezza di pochi secondi prima.

"Certo che ti perdonerò," le disse. "È per questo che sono qui."

Jude avrebbe voluto disilludere Quaisoir dicendole che chi le aveva parlato non era il Signore, ma si trattenne perché notò che l'accecatore era provvidenzialmente distratto da Dowd.

"Dimmi chi sei, piccola," chiese Dowd.

"Lo sai benissimo chi cazzo è," sbraitò l'accecatore. "Quaisoir! È quella stronza di Quaisoir!"

Dowd riportò lo sguardo su Jude con un'espressione più indulgente che turbata. Poi tornò sull'accecatore. "Capisco," disse.

"Sai benissimo quanto me che cosa ha fatto," aggiunse l'uomo. "Si merita cose ben peggiori di questa."

"Peggiori, dici?" chiese Dowd, avvicinandosi all'uomo che si passava il coltello da una mano all'altra come se avesse capito che il potenziale di crudeltà di Dowd superava il proprio con una proporzione di cento a uno.

"Peggiori di cosa?" chiese Dowd.

"Peggiori di quelle che lei ha fatto agli altri," rispose l'uomo.

"Pensi che abbia fatto tutte quelle cose di persona?" rincarò Dowd.

"Non gliele farei passare lo stesso," replicò l'uomo. Cercò di abbozzare un leggero sorriso, palesemente nervoso. "Lo sai anche tu che se lo merita..."

"E tu?" chiese Dowd. "Tu che cosa ti meriti?"

"Non sto dicendo di essere un eroe," rispose l'accecatore. "Dico soltanto che doveva aspettarselo prima o poi."

"Capisco," disse Dowd.

Più che vedere il resto, Jude lo indovinò. Vide l'uomo che aveva accecato Quaisoir fare un passo indietro per allontanarsi da Dowd con un'espressione di ripugnanza sul viso; poi gli vide fare uno scatto in avanti come se volesse accoltellare Dowd al petto. L'attacco lo portò alla portata delle termiti e, prima che il coltello che teneva in mano potesse infilarsi nella carne di Dowd, gli insetti gli balzarono addosso. L'uomo cadde all'indietro con un grido di orrore portandosi la mano libera al viso. Jude aveva già visto una scena simile. L'uomo cercò di grattarsi, di graffiarsi gli occhi, le narici e la bocca, ma le gambe gli cedettero mentre le termiti lo divoravano dall'interno. Cadde ai piedi di Dowd e rotolò per terra in preda a una furia impotente, finché si infilò il coltello in bocca e scavò, devastandosi a sangue nella disperata ricerca delle creature che lo stavano disfacendo. La vita lo abbandonò in quel tentativo dissennato, la mano gli cadde dal viso e lasciò la lama in gola, come incastrata.

"È finita," disse Dowd a Quaisoir, che si era accovacciata tremante per terra a qualche metro dal corpo del suo aguzzino, le braccia attorno al corpo. "Non ti farà più del male, adesso," aggiunse Dowd.

"Grazie, Signore," rispose Quaisoir.

"E le cose di cui ti ha accusata, figliola?" disse Dowd.

"Sì."

"Cose terribili."

"Sì."

"Ne sei colpevole?" chiese Dowd.

"Sì, sono colpevole," rispose Quaisoir. "Voglio confessarmi, prima di morire. Vuoi ascoltarmi?"

"Ti ascolterò," disse Dowd, fingendo magnanimità.

Jude fino a quel momento era rimasta immobile, ma ora fece un passo verso Quaisoir e il suo confessore. Dowd, però, la sentì avvicinarsi, si voltò e le fece cenno di no con il capo.

"Ho peccato, mio Signore Gesù," iniziò Quaisoir. "Ho peccato tante volte. Ti prego di perdonarmi."

Più che l'intimazione di Dowd fu la disperazione che avvertì nella voce della sorella che trattenne Jude dal rendere nota la propria presenza. Quaisoir era allo stremo e il suo intenso desiderio di confidarsi con uno spirito capace di carità toglieva a Judith ogni diritto di intervenire. Dowd non era certo il Cristo che Quaisoir credeva, ma che importava? Che cosa avrebbe ottenuto rivelando la vera identità di quel padre confessore, se non accrescere la sofferenza di quella povera donna?

Dowd si era inginocchiato davanti a Quaisoir e l'aveva presa tra le braccia, dimostrando (o simulando) una tenerezza di cui Jude non l'avrebbe mai creduto capace. Da parte sua, Quaisoir era in uno stato di beatitudine, nonostante le ferite. Si aggrappò alla giacca di Dowd e lo ringraziò ripetutamente per la sua magnanimità. Dowd cercò di calmarla, dicendole che non c'era bisogno che gli facesse un elenco dei crimini che aveva commesso.

"Sono nel tuo cuore e io li vedo," disse Dowd. "Te li perdono tutti. Dimmi, invece, di tuo marito. Dov'è? Perché non è venuto anche lui a chiedere il perdono?"

"Lui non mi credeva quando gli dicevo che Tu eri qui," rispose Quaisoir. "Io gli ho detto che ti avevo visto giù al porto, ma lui non ha avuto fede."

"Non ha dunque fede in nulla?"

"Solo in se stesso," replicò Quaisoir in tono amaro.

Dowd incominciò a cullarla, continuando a rivolgerle domande; era così concentrato su di lei che non si accorse che Jude si stava avvicinando. La donna invidiava Dowd: avrebbe voluto essere lei a tenere fra le braccia Quaisoir.

"Chi è tuo marito?" chiese Dowd.

"Lo sai chi è," rispose Quaisoir. "È l'Autarca. Il governatore dell'Imagica."

"Ma non è sempre stato l'Autarca, non è vero?"

"No."

"Che cos'era prima?" domandò Dowd. "Un uomo qualunque?"

"No," rispose Quaisoir. "Non penso che sia mai stato un uomo qualunque. Ma non ricordo esattamente."

Dowd smise di cullarla. "Io invece credo che tu lo sappia," disse cambiando leggermente tono di voce. "Dimmi," la incitò. "Chi era prima di iniziare a governare Yzordderrex? E chi eri tu?"

"Io non ero nessuno," rispose lei, semplicemente.

"E allora come hai fatto ad arrivare tanto in alto?"

"Lui mi amava. Mi ha amato sin dall'inizio."

"Non hai mai commesso pratiche impure per essere innalzata?" le domandò Dowd. Quaisoir esitò e lui la strinse più forte. "Che cosa hai fatto?" insistette. "Dimmi, dimmi che cosa hai fatto?"

Nel tono di voce di Dowd si sentiva un'eco della voce di Oscar: il servo parlava con la voce del padrone. Intimidita da quella foga, Quaisoir rispose: "Sono andata ai Bastioni di Banu molte volte. Anche all'Annex. Sono andata anche là."

"E allora, che cosa c'è là?"

"Ci sono donne folli. Alcune hanno ucciso i loro sposi o i loro bambini..."

"E perché sei andata a cercare quelle creature meschine?"

"Ci sono... poteri... Quelle donne hanno dei poteri nascosti."

A questo punto, l'attenzione di Jude si fece spasmodica.

"Che tipo di poteri?" chiese Dowd, esprimendo a voce alta la domanda che Jude si andava ponendo in cuor suo.

"Non ho fatto nulla di immorale," protestò Quaisoir. "Volevo solo essere purificata. Il Cardine dominava i miei sogni. Ogni notte la sua ombra gravava su di me e mi spezzava la schiena. Volevo solo esserne purificata."

"E ti sei purificata?" chiese Dowd. Quaisoir esitò qualche secondo prima di rispondere, e Dowd insistette con più vigore: "Sei stata purificata?"

"No, non mi sono purificata: al contrario," rispose Quaisoir. "Le donne mi hanno contaminato. Ho una tara dentro di me e vorrei non averla." Iniziò a strapparsi il vestito fin quando le dita non trovarono il ventre e il seno. "Voglio liberarmene!" gridò. "Mi ha reso preda di nuovi sogni, peggiori dei precedenti."

"Calmati," le intimò Dowd.

"Ma voglio togliermela! Voglio togliermela!" Quaisoir, in preda a un improvviso attacco isterico, cominciò a dimenarsi tanto violentemente che cadde dalle braccia di Dowd. "La sento dentro di me, anche adesso," disse graffiandosi il seno con le unghie.

Jude guardò Dowd sperando che intervenisse, ma lui si alzò fissando quella donna disperata con l'aria di chi si goda lo spettacolo. L'attacco di Quaisoir non era affatto una sceneggiata. Si graffiava senza pietà, tanto che cominciò a sanguinare, e continuava a gridare di volersi liberare della tara che la contaminava. Un sottile cambiamento iniziò a manifestarsi sulla sua carne, come se effettivamente stesse trasudando il male che l'affliggeva. Dai pori fuoriusciva un liquido lucente, iridescente, e le cellule dell'epidermide stavano cambiando colore. Jude riconobbe il blu che usciva dal petto di sua sorella e si spandeva su tutto il corpo, fino al viso contorto. Era il blu dell'occhio di pietra. Il blu della Dea.

"Che cos'è?" chiese Dowd alla propria vittima.

"Esci dal mio corpo! Fuori!" gridava Quaisoir.

"E questa la tara?" chiese ancora Dowd, inginocchiandosi accanto a lei.

"È questa?"

"Liberami!" disse Quaisoir piangendo e ricominciando a tormentarsi il corpo.

Jude non poté sopportare oltre. Poteva accettare che la sorella morisse in beatitudine nelle braccia di una sorta di divinità, ma non riusciva a sopportare quell'automutilazione. Ruppe il silenzio e intervenne: "Fermala!" gridò.

Dowd distolse lo sguardo dalla donna portandosi il dito alla bocca per far cenno a Judith di stare zitta. Troppo tardi. Nonostante la sua angoscia, Quaisoir udì la voce della sorella. Gli spasimi rallentarono e la regina volse il viso in direzione di Judith, sebbene non la potesse vedere.

"Chi c'è?" domandò Quaisoir.

La rabbia sul viso di Dowd era palese, ma egli fece un cenno garbato a Judith perché tacesse. Quest'ultima, però, non aveva alcuna intenzione di ubbidire.

"Chi c'è con te, Signore?" chiese ancora Quaisoir.

Con la risposta che le diede, Dowd commise un errore che compromise tutta la messinscena. Le mentì dicendo: "Non c'è proprio nessuno qui."

"Ma ho sentito la voce di una donna. Chi è?"

"Ti ho detto che non c'è nessuno," ripeté Dowd. Le mise una mano sul viso e le disse: "Adesso calmati. Siamo soli."

"No che non lo siamo."

"Dubiti di me, figliola?" replicò Dowd, passando dal tono autoritario delle ultime domande a un accento di amarezza per quella mancanza di fiducia. Per tutta risposta Quaisoir gli prese silenziosamente la mano che lui le aveva posato sul suo viso e la strinse tra le dita bagnate di sangue e di liquido bluastro.

"Così va meglio," disse Dowd.

Quaisoir fece scorrere le proprie dita sul palmo della mano di Dowd, poi disse: "Non ci sono cicatrici."

"Ci saranno sempre cicatrici," recitò Dowd, nel tono più solenne che gli riuscì di scovare. Ma gli era sfuggito il senso dell'osservazione.

"Sulla tua mano non ci sono cicatrici," ripeté Quaisoir.

Dowd sottrasse subito la mano e disse: "Abbi fede in me."

"No," gli rispose Quaisoir. "Tu non sei l'Uomo delle Pene." La gioia era sparita dalla sua voce, lasciando il posto all'amarezza, quasi alla minaccia. "Non mi puoi salvare," disse cercando di allontanarsi dall'impostore."Dov'è il mio Salvatore? Io voglio il mio Salvatore!"

"Non è qui," disse Jude. "Non c'è mai stato."

Quaisoir si girò verso Jude. "Chi sei?" domandò. "Mi sembra di aver già sentito da qualche parte la tua voce."

"Tieni chiuso il becco," intimò Dowd, alzando l'indice su Jude. "Altrimenti ti farò assaggiare le termiti."

"Non avere paura di lui," intervenne Quaisoir.

"Lei sa di cosa parlo," Dowd replicò. "Lei ha visto che cosa sono in grado di fare."

Judith voleva trovare un pretesto per parlare, così che Quaisoir potesse sentire ancora quella voce che conosceva ma cui non riusciva a dare un volto: pensò allora di sostenere quanto aveva affermato Dowd.

"Quello che ha detto è vero," disse a Quaisoir. "Può fare del male a entrambe, e tanto anche. Lui non è l'Uomo delle Pene, sorella."

Fosse per la ripetizione delle parole Uomo delle Pene, che Quaisoir aveva usato molte altre volte o per il fatto che Jude l'aveva chiamata sorella, o per entrambe le cose, il viso cieco di Quaisoir sembrò distendersi e illuminarsi. Si alzò da terra e mormorò: "Come ti chiami? Dimmi come ti chiami."

"Non è nessuno," disse Dowd, ripetendo le parole che Quaisoir aveva usato per descrivere se stessa pochi minuti prima. "E una donna morta." Dowd fece un passo verso Judith. "Non puoi capire," aggiunse. "E io ti ho perdonato per questo. Ma non posso continuare. Hai rovinato un bel gioco. Non ti permetterò di rovinare tutto." Si portò la mano sinistra alla bocca, tenendo l'indice teso. "Non mi sono rimaste molte termiti," disse. "Perciò dovrò usarne una soltanto. Un lento disfacimento. Ma anche un'ombra come te può essere distrutta."

"Adesso sono un'ombra?" fece Judith. "Pensavo fossimo la stessa cosa, tu e io. Non ricordi il discorso che mi hai fatto?"

"Era un'altra vita, tesoro," ribatté Dowd, "Qui è diverso. Qui tu mi puoi fare del male. Perciò, mi dispiace, ma è giunto il momento di dirsi buonanotte e grazie."

Judith si scostò di qualche passo da lui, calcolando quanto doveva allontanarsi per essere fuori portata delle termiti. Dowd capì la sua intenzione e fece una smorfia di pietà.

"Non ci riuscirai, tesoro," disse. "Conosco queste strade come le mie tasche."

Jude ignorò quella falsa affabilità e fece un altro passo indietro tenendo fisso lo sguardo alla bocca in cui si annidavano gli insetti, consapevole del fatto che Quaisoir si era alzata e si trovava a poco più di un metro da lei.

"Sorella?" disse la donna.

Dowd si voltò, distratto giusto il tempo perché Jude si fiondasse nella direzione opposta. Dowd lanciò un grido, ma la cieca si avventò su di lui, aggrappandosi al braccio e al collo e intralciandone i movimenti. Il suono che Quaisoir emise mentre balzava su Dowd fu qualcosa che Jude non aveva mai sentito uscire da labbra umane, e ne provò invidia. Un grido che frantumava le ossa come vetro e che faceva impallidire l'aria. Jude fu contenta di non esserle vicino in quell'istante, altrimenti non avrebbe saputo trattenersi dal gettarsi ai suoi piedi.

Judith si voltò una volta sola, giusto per vedere Dowd che introduceva l'insetto letale nelle orbite vuote di Quaisoir, e pregò che sua sorella avesse difese migliori contro quell'arma di quelle dell'uomo che l'aveva accecata. In ogni caso, ormai non poteva fare più nulla. Meglio continuare a correre finché aveva ancora qualche speranza: almeno una delle due sarebbe sopravvissuta.

Svoltò al primo angolo che incontrò e continuò a svoltare molte altre volte cercando di distanziare quanto più possibile il suo inseguitore. Non c'era dubbio che la vanteria di Dowd corrispondesse a verità e che lui conoscesse effettivamente come le sue tasche quelle strade dove una volta, a sentir lui, aveva trionfato. Di conseguenza, quanto prima avesse raggiunto un territorio sconosciuto a entrambi, tanto maggiori sarebbero state le sue possibilità di seminarlo. Fino a quel momento doveva muoversi velocemente e cercare di restare invisibile, come l'ombra cui Dowd aveva accennato prima; oscurità nelle tenebre più oscure, che appare e scompare, va e viene.

Il suo fisico, però, non rispondeva come doveva. Era stanca, percorsa da tremiti e piena di lividi. Due fuochi bruciavano nel suo petto, uno per polmone. Mani invisibili le graffiavano a sangue i piedi. Ciononostante non rallentò il passo fin quando non si fu lasciata alle spalle quelle strade piene di case da gioco e di malaffare. Giunse in un luogo che avrebbe potuto essere lo scenario di una delle tragedie di Pluthero Quexos: una corte circolare di circa cento metri quadrati circondata da un alto muro di pietra nera e levigata. Lì i fuochi non ardevano incontrollati come in altre parti della città, ma guizzavano a decine sul bordo del muro con piccole fiamme bianche, simili ad abat-jour, e illuminavano la pedana inclinata che conduceva verso un'apertura posta al centro del cerchio. Judith poteva solo cercare di indovinare che cosa fosse. Un accesso al sottosuolo segreto della città, forse; o un pozzo? Ovunque c'erano fiori. Molti petali erano caduti e rendevano il terreno scivoloso quanto più Jude si avvicinava all'apertura, costringendola a procedere con cautela. Le nacque il sospetto che, se quello era un pozzo, la sua acqua potesse essere avvelenata dai morti. Sulla pedana erano incisi dei necrologi, nomi, date, messaggi e anche figure appena sbozzate e il loro numero aumentava man mano che ci si avvicinava al bordo del pozzo. Alcuni di quei necrologi erano addirittura stati incisi nel muro interno del pozzo da congiunti così audaci o disperati da sfidare il pericolo di caderci dentro.

Sebbene quel foro esercitasse su di lei lo stesso fascino del ciglio di una scogliera, e la invitasse a penetrare nelle sue profondità, Judith riuscì a resistere alla tentazione e si fermò a un paio di metri dal bordo. C'era un odore cattivo in quel posto, anche se non troppo intenso. Forse il pozzo non veniva usato da molto tempo, oppure i suoi occupanti giacevano molto più in basso.

Soddisfatta la propria curiosità, Jude si guardò intorno per scegliere la via d'uscita migliore. C'erano non meno di otto uscite, nove considerando anche il pozzo, e Judith si diresse verso quella diametralmente opposta al punto in cui si trovava. Era buio e c'era fumo, ma l'avrebbe imboccata se non si fosse accorta che poco più avanti era ostruita da alcuni massi. Passò alla successiva, ma anche quella era bloccata: tra gli assi e i tronchi abbattuti ardevano i fuochi. Judith stava per dirigersi verso la terza uscita, quando udì la voce di Dowd. Si voltò. Lo vide dall'altro lato del pozzo, il capo leggermente piegato e l'espressione di un genitore che abbia scoperto una marachella del figlio.

"Non te l'avevo forse detto?" chiese Dowd. "Conosco queste strade..."

"L'ho già sentito."

"Mi va anche meglio che tu sia venuta qui," aggiunse Dowd, incamminandosi per raggiungerla. "In questo modo mi fai risparmiare una termite."

"Perché mi vuoi fare del male?" domandò Judith.

"Potrei fare la stessa domanda a te," le rispose Dowd. "Ti piacerebbe, vero? Ti piacerebbe vedermi soffrire. Saresti ancora più felice se potessi farmi soffrire tu stessa. Ammettilo!"

"Lo ammetto."

"Bene. Non sono, in fin dei conti, un bravo confessore? E questo è solo l'inizio. Tu sei al corrente di segreti che mai avrei pensato tu conoscessi." Sollevò la mano e descrisse un cerchio. "Ho cominciato a capire la perfezione di questo schema. I conti tornano, tutto torna, basta riandare al punto di partenza. Cioè: lei. Oppure tu. In effetti non c'è differenza. Siete uguali."

"Gemelle?" disse Jude. "E questo che vuoi dire?"

"Niente di così banale, tesoro. Niente di naturale. Io ti ho insultato chiamandoti ombra. Tu sei più miracolosa di un'ombra. Tu sei..." Dowd si fermò un istante, poi riprese: "... aspetta. Non è giusto. Sono io che parlo e che dico le cose che so, ma tu non stai dicendo nulla."

"Io non so nulla," rispose Judith. "Vorrei sapere, invece."

Dowd si chinò e raccolse un fiore, uno dei pochi rimasti intatti. "Non è vero: qualsiasi cosa Quaisoir sapesse, anche tu la sai," continuò. "Perlomeno dovresti sapere com'è fallita."

"Che cosa è fallita?"

"La Riconciliazione. Tu c'eri. Oh, sì, so che tu pensi di essere stata solo una spettatrice innocente, ma non c'è nessuno, nessuno in questa storia che sia innocente. Né Estabrook, né Godolphin, né Gentle e nemmeno il suo mystif. Hanno tutti da fare confessioni lunghe come le loro braccia."

"Anche tu?" gli chiese Jude.

"Ah, be', per me la cosa è diversa," sospirò Dowd, annusando un fiore. "Io sono un attore dilettante. Anch'io ho i miei sogni. Mi piacerebbe cambiare il mondo, ma poi finisco sempre col fare tutto per divertimento. Mentre voi amanti," e pronunciò questa parola con vistoso disprezzo "che ve ne sbattete del mondo se siete innamorati, siete voi quelli che incendiano le città e distruggono le nazioni. Voi siete quelli che danno impulso alla tragedia, e la maggior parte delle volte non ne siete nemmeno coscienti. E allora, che cosa deve fare un attore dilettante per farsi prendere sul serio? Te lo dico io. Deve imparare a fingere di provare sentimenti: quando avrà imparato bene, potrà scendere dal palcoscenico e andare a recitare nel mondo reale. Mi ci è voluto un bel po' di tempo e fatica per arrivare al punto in cui mi trovo, credimi. Ho iniziato da piccolo, sai; da molto piccolo. Come messaggero. Come portabandiera. Una volta ho fatto il mezzano per l'Imperscrutato, ma è stato solo per una notte. Poi sono tornato a servire gli amanti..."

"Come Oscar."

"Esatto. Come Oscar."

"Tu lo odiavi, non è vero?"

"No. Mi annoiava, ero annoiato di lui e della sua famiglia. Era uguale a suo padre e al padre di suo padre e così via, risalendo la dinastia fino al pazzo Joshua. Diventai impaziente.. Sapevo che un giorno le cose sarebbero cambiate e che avrei avuto il mio momento, ma mi stufai di aspettare e ogni tanto glielo facevo capire."

"E allora hai tessuto i tuoi complotti."

"Naturalmente. Volevo accelerare il corso degli eventi per raggiungere più in fretta il momento della mia... emancipazione. Era tutto calcolato. Sono fatto così, vedi? Sono un artista con l'anima di un contabile."

"Sei stato tu ad assumere Pie per uccidermi?" chiese Jude.

"Non l'ho fatto apposta," rispose Dowd. "Ho messo in moto qualcosa, ma mai avrei pensato che ci saremmo spinti sin qui. Non sapevo nemmeno che il mystif era vivo. Con il procedere delle cose, però, cominciai a comprendere l'ineluttabilità degli eventi. In primo luogo l'apparizione di Pie. Poi il tuo incontro con Godolphin e il vostro innamoramento. Era destino che succedesse. E lo scopo per cui anche tu sei nata, dopo tutto. A proposito, ti manca? Dimmi la verità."

"Ho pensato ben poco a lui," rispose Judith, sorpresa da queEa verità.

"Via il dente, via il dolore, eh? Oh, sono così contento di non provare amore. È una cosa miserevole. Una miseria strana e genuina." Si soffermò un secondo poi riprese: "E come la prima volta, sai. Gli amanti che si angustiano, i mondi che tremano. Naturalmente, l'ultima volta ero solo un portabandiera. Adesso, però, voglio essere il principe."

"Che cosa vorresti dire, affermando che sono nata per innamorarmi di Godolphin? Non ricordo nemmeno di essere nata."

"Penso sia giunta l'ora che tu sappia," disse Dowd, gettando il fiore e riprendendo a camminare verso Judith. "Anche se mi rendo conto che questi riti di passaggio non sono mai facili, tesoro. Fatti coraggio. Almeno tu sei riuscita a conquistare qualcosa. Possiamo parlare di come sei venuta al mondo mentre camminiamo sull'orlo di questo pozzo."

"Oh, no," ribatté Jude. "Non ho intenzione di avvicinarmi a quel buco."

"Pensi che io ti voglia uccidere?" le chiese Dowd. "No, non lo voglio. Voglio solo che tu ti liberi di alcuni ricordi. Non è chiederti troppo, vero? Sii onesta. Ti ho offerto un panorama di quello che c'è nel mio cuore. Adesso tocca a te." L'afferrò per il polso. "Non accetto 'no' come risposta," aggiunse e la spinse sull'orlo del pozzo.

Judith non si era mai avvicinata così tanto e quella vista le diede le vertigini. Sebbène lo maledicesse per averla costretta a portarsi sull'orlo, gli era al tempo stesso grata perché ne sentiva la presa sicura.

"Vuoi sederti?" le chiese Dowd. Jude scosse il capo. "Come vuoi," continuò Dowd. "Hai maggiori probabilità di cadere, ma la decisione spetta a te. Sei diventata una donna che sa quello che vuole, tesoro, l'ho notato, sai. Eri più malleabile all'inizio. E ciò rispecchiava il modo in cui eri cresciuta, natural'mente."

"Non sono stata educata per essere nessuno, io."

"Come fai a saperlo?" le chiese Dowd. "Due minuti fa dicevi che non conservi ricordi del passato. Come fai a sapere per che cosa sei nata, allora? Per quale scopo sei nata?" Dowd guardò giù nel pozzo. "Il ricordo, tesoro, è in qualche parte della tua testa. Devi solo deciderti a tirarlo fuori. Forse hai incontrato le Dee. Forse hai ancora un asso nella manica che io non conosco."

"Dove avrei incontrato le Dee, Dowd?" chiese Judith. "Ho vissuto nel Quinto; a Londra; a Notting Hill Gale. E là non ci sono Dee."

Mentre parlava, il suo pensiero ritornò a Celestine, sepolta sotto la Torre della Tabula Rasa. Celestine era forse una sorella delle divinità che abitavano Yzordderrex? Una forza della trasformazione, reclusa da un sesso adoratore della fissità? Al ricordo della prigioniera e della sua cella, la mente di Judith cominciò improvvisamente a illuminarsi, come se avesse bevuto in un sorso un bicchiere intero di whisky a stomaco vuoto. Era già stata toccata dal miracolo, dopo tutto. E, se era stata toccata una volta, perché non poteva esserlo ancora? Se non ora, perché non nel suo passato?

"Non riesco a tornare indietro," disse, palesando quella difficoltà sia a se stessa, sia a Dowd.

"È semplice," rispose Dowd, "Devi solo ricordare l'atto della tua nascita."

"Ma se non ricordo nemmeno la mia infanzia!" esclamò Jude.

"Tu non hai avuto un'infanzia, tesoro. Né adolescenza. Tu sei nata così come sei ora, dal giorno alla notte, Quaisoir è stata la prima Judith e tu, mio dolce tesoro, sei solo una sua copia. Perfetta, forse, ma comunque sempre una copia."

"Io non... Io non... non ti credo."

"È normale che tu, a caldo, rifiuti una verità del genere. È perfettamente comprensibile. Ma il tuo corpo sa che cosa è vero e che cosa non lo è. Stai tremando, dentro e fuori..."

"Sono stanca," dichiarò Judith, ben sapendo che quella spiegazione non valeva molto.

"Sei molto più che stanca," replicò Dowd. "Ammettilo."

Mentre si sforzava di pensare, Jude ricordò le conseguenze delle ultime rivelazioni che Dowd le aveva fatto riguardo al suo passato: come era rotolata sul pavimento della cucina, mentre coltelli invisibili la infilzavano ovunque. Non osava lasciarsi andare a deliqui di quel genere ora, con il pozzo a pochi centimetri da dove si trovava, e Dowd lo sapeva.

"Devi affrontare i tuoi ricordi," le ripeteva. "Devi solo sputarli fuori. Dài. Dopo ti sentirai meglio, te lo garantisco."

Judith sentiva i propri arti e tutta se stessa cedere e indebolirsi, ma la prospettiva di dover affrontare quello che si celava nei meandri del suo cervello era ancora più terrificante del pensiero di cadere nel pozzo a pochi centimetri da lei. Per quanto non si fidasse di Dowd, sentiva oscuramente che quei ricordi contenevano qualcosa di orrendo, terribile almeno quanto il pensiero di scivolare nel pozzo. Forse sarebbe stato meglio farla finita subito; due sorelle morte nel giro di un'ora senza sapere mai se quello che aveva detto Dowd era vero oppure no. Ma supponiamo per un attimo che Dowd le avesse mentito con una grande interpretazione e lei quindi non fosse un'ombra, né una copia, né un essere nato per servire, ma una bambina normale con genitori veri; una creatura vera e propria, reale, completa? In questo caso si sarebbe votata alla morte solo per paura di scoprire se stessa, e Dowd avrebbe aggiunto un'altra vittima alla sua lista. L'unico modo per sconfiggerlo era stare al suo bluff; Dowd la invitava a parlare, a scendere nei meandri oscuri della sua mente per cogliere le rivelazioni che vi erano nascoste. Chiunque fosse Judith, Judith esisteva; come realtà o come copia, come natura o come artificio. Non aveva possibilità di sfuggire a se stessa. Meglio sapere adesso la verità, una volta per tutte.

Questa decisione le accese una sorta di fiamma nel cervello e i primi fantasmi del passato si affacciarono alla sua mente.

"Oh, mia Dea..." mormorò, gettando all'indietro la testa. "Cosa mi sta succedendo?"

Vide se stessa giacere su delle assi nude in una camera vuota, mentre un fuoco ardeva oltre una grata e la riscaldava durante il sonno, delineandone la nudità con la sua lucentezza. Qualcuno le aveva disegnato qualcosa sul corpo mentre lei dormiva, un disegno che lei riconobbe all'istante: il glifo che aveva visto una prima volta quando aveva fatto all'amore con Oscar e in seguito quando aveva viaggiato tra i Domini. Il simbolo spiraliforme della sua carne era adesso disegnato sulla stessa carne in una decina di colori diversi. Nel sonno Judith si mosse e le spire sembrarono lasciare traccia di loro stesse nell'aria. Intorno a lei si levò una sorta di aurora boreale, splendente degli stessi colori con cui il glifo era stato tratteggiato, quasi fosse qualcosa dell'anatomia essenziale di Judith che aleggiasse nell'aria della stanza. Judith si estasiò alla bellezza di quella visione. Ora si trovava all'interno di un anello di sabbia?

"Che cosa vedi?" sentì chiedere da Dowd.

"Me stessa," rispose lei. "Stesa per terra... al centro di un cerchio di sabbia..."

"Sei sicura di essere tu?" chiese Dowd.

Stava per rispondergli con tono sprezzante, quando si rese conto del significato della domanda. Forse non era lei, ma sua sorella. "C'è un.modo per sapere se sono veramente io?" chiese.

"Lo vedrai presto," rispose Dowd.

Infatti, così fu. La barriera di sabbia prese a muoversi con violenza, quasi fosse sferzata da un vento levatosi all'interno del cerchio. Alcune particelle volarono via, accendendosi quando si scontrarono con l'aria scura: moti di colore puro si sollevarono come nuove stelle che poi ricadevano bruciando. Judith giaceva sul pavimento vicino alla sorella e riceveva la pioggia di colore come una terra riconoscente che aveva bisogno di quel nutrimento se voleva crescere e gonfiarsi e fruttificare.

"Che cosa sono io?" chiese Judith seguendo la caduta del colore per avere un'idea del terreno cui era diretto.

La bellezza di ciò che aveva visto finora l'aveva resa vulnerabile. Quando scorse il suo corpo incompleto, lo sgomento le fece perdere tutto d'un tratto il ricordo. D'improvviso si ritrovò a camminare pericolosamente sull'orlo del precipizio; la mano di Dowd era il solo appiglio che le impedisse di cadere. Sudò freddo.

"Non lasciarmi," disse.

"Che cosa vedi?" chiese Dowd.

"È questo che vuol dire nascere?" disse piangendo Judith. "Oh, Dio, è questo che vuol dire nascere?"

"Torna al ricordo," le ordinò Dowd. "Hai iniziato, ormai, ora finisci!" La scosse: "Hai sentito? Finisci!"

Judith notò la faccia infuriata di Dowd davanti a lei e il pozzo minaccioso dietro. E in mezzo, alla luce del fuoco nella stanza che l'aspettava nella sua mente, un incubo ancora peggiore: la sua anatomia interna appena sbozzata, che giaceva in un cerchio di incantesimi perversi, indifesa finché i liquidi del corpo di un'altra donna stesero una pelle sui suoi muscoli e un colore sulla pelle; infusero colore alle sue iridi e turgore alle sue labbra; e le dettero un seno, un ventre e un sesso. Ma non era una nascita, era una duplicazione. Lei era un facsimile, l'immagine rubata a un originale assopito.

"Non riesco a sopportarlo," disse Judith.

"Ti avevo avvisata, tesoro," le rispose Dowd. "Non è mai facile rivivere i primi momenti."

"Ma io non sono nemmeno una persona vera," disse Jude.

"Lasciamo perdere la metafisica," fu la risposta. "Quello che sei, sei. Prima o poi saresti venuta a saperlo."

"Non riesco a sopportarlo. Non riesco a sopportarlo."

"Ma sì che lo stai sopportando," le fece notare Dowd. "Devi solo imparare ad accettarlo piano piano."

"No, basta..."

"Sì, invece," ribatté Dowd. "Devi continuare. Il peggio è passato. D'ora in avanti sarà più facile."

Era una bugia. Quando il ricordo riaffiorò di nuovo senza che lei lo evocasse, Jude si portò le mani alla testa lasciando che i colori si congelassero attorno alle sue dita tese. Tutto andò bene finché non lasciò cadere un braccio lungo il fianco e i suoi nervi appena nati avvertirono una presenza lì accanto, con cui aveva in comune il ventre. Girò il capo e si mise a urlare.

"Che cosa c'è?" chiese Dowd. "È venuta la Dea?"

Non si trattava della Dea, ma di un altro essere incompleto con la bocca spalancata e gli occhi senza palpebre, pronto a estrarre una lingua incolore e così ruvida che avrebbe potuto grattarle via la sua nuova pelle. Judith si allontanò e la sua paura parve eccitare quell'essere, la cui pallida anatomia era scossa da risa silenziose. Anch'esso aveva raccolto pagliuzze di colore rubato, notò Jude, ma non vi si era immerso; piuttosto le teneva in mano, differendo il momento in cui se ne sarebbe coperto, per deliziarsi della sua nudità scorticata.

Dowd riprese a interrogarla. "È la Dea?" le chiese. "Che cosa vedi, donna? Parla..."

La domanda fu interrotta improvvisamente. Ci fu un secondo di silenzio, poi un grido acuto d'allarme fece svanire il cerchio e quella creatura. La giovane sentì che la presa di Dowd al polso cedeva, così come il suo corpo. Inciampò e, per fortuna più che per presenza di spirito, cadde di lato, ritrovandosi sull'orlo del precipizio che per poco non l'ingoiò. Cominciò, però, a scivolare lungo la pedana inclinata e cercò di frenare la caduta aggrappandosi al bordo. Ma la pietra era stata levigata da anni di passaggi e il corpo di Judith scivolava verso quelle profondità che sembravano desiderose di saldare un debito aperto da molto tempo. Judith scalciava a vuoto, i fianchi che continuavano a scivolare verso il bordo del pozzo e le dita che annaspavano in cerca di un qualsiasi appiglio, anche un nome inciso un po' più profondamente degli altri, la spina di una rosa che affiorasse dalla pietra. Durante questi suoi sforzi, Judith udì Dowd urlare una seconda volta, sollevò lo sguardo e vide un miracolo.

Quaisoir era sopravvissuta alle termiti. Il cambiamento che era iniziato nella sua carne quando si era levata in segno di sfida contro Dowd, si era adesso completato. La sua pelle era diventata del colore dell'occhio blu; il viso mutilato era tornato normale. Questi, però, non erano che piccoli mutamenti rispetto alle dieci e più strisce della sua sostanza, lunghe diversi metri, che si snodavano attorno a lei partendole dalla schiena. La loro funzione consisteva nel toccare una dopo l'altra il terreno sottostante sollevando Quaisoir in uno strano volo. La forza che Quaisoir aveva incontrato ai Bastioni ormai divampava in lei, e Dowd non poté far altro che indietreggiare fino sull'orlo del pozzo. Poi tacque e s'inginocchiò, accingendosi a strisciare sotto gli orli spiraliformi dei filamenti.

Jude sentì di non riuscire più a tenersi aggrappata e gridò.

"Sorella?" chiese Quaisoir.

"Qui!" urlò Judith. "Muoviti."

Quaisoir si avvicinò al pozzo muovendosi sui propri filamenti il cui tocco leggero era sufficiente a trasportarla, e proprio in quell'attimo Dowd tentò il colpo piegandosi velocemente per passarle sotto. Ma non fece bene i suoi calcoli, poiché uno dei filamenti di Quaisoir gli afferrò la spalla, gli si arrotolò al collo e lo spinse oltre il bordo del pozzo. Nel frattempo la mano destra di Judith perse completamente l'appiglio, e la donna ricominciò a scivolare lanciando un ultimo grido disperato. Ma Quaisoir era veloce nel salvare quanto nel giustiziare. Prima che le tenebre del pozzo oscurassero la scena sopra di lei, Judith sentì i filamenti di Quaisoir afferrarla per un braccio e per il polso, mentre le spire si chiudevano intorno ai suoi arti tenendola saldamente. Anche Judith si aggrappò, i suoi muscoli sfiniti reagirono di nuovo a quel contatto e Quaisoir la fece risalire oltre il bordo del pozzo depositandola sul pavimento. Judith ruotò su se stessa fino a trovarsi supina e ansimò come un atleta al traguardo, mentre i filamenti di Quaisoir si snodavano dal suo corpo e tornavano a servire la loro padrona.

Fu l'eco delle implorazioni di Dowd che risuonavano dal pozzo in cui era sospeso che fecero rialzare Judith. Nelle grida di quell'essere non c'era nulla che non ci si potesse aspettare da un individuo avvezzo a servire per tante generazioni. Dowd promise a Quaisoir obbedienza eterna e giurò abnegazione totale se gli avesse risparmiato quell'orrore. Non era la misericordia il vero gioiello di ogni corona celeste, disse piangendo, e lei non era forse un angelo?

"No," rispose Quaisoir. "E nemmeno la sposa di Cristo."

Senza perdersi d'animo, Dowd avviò immediatamente una nuova serie di negoziati: che cosa avrebbe fatto per lei nei secoli a venire. Sicuramente non avrebbe potuto trovare un servo più fedele né un discepolo più umile. Che cosa desiderava? La sua virilità? Non c'era problema. Si sarebbe castrato seduta stante. Doveva solo dirlo.

Se Jude avesse avuto qualche dubbio sulla forza di cui Quaisoir era entrata in possesso, essi vennero fugati non appena vide i filamenti che tenevano sospeso sul pozzo il prigioniero tirarlo su oltre il bordo. Dowd cominciò a sbrodolare come una secchio bucato, ancora prima di aver toccato terra con i piedi.

"Grazie, grazie mille, grazie ancora..."

Jude si rese conto che Dowd correva ora un pericolo doppio, perché con i piedi non toccava terra e i filamenti attorno alla gola l'avrebbero strozzato se, per allentare la pressione, egli non avesse infilato le dita tra quelle appendici e il collo. Le lacrime gli scendevano copiose sulle guance, in un eccesso di teatralità.

"Mie signore," disse. "Come posso porgervi le mie scuse?"

La risposta di Quaisoir fu un'altra domanda.

"Perché mi sono lasciata fuorviare da te?" chiese. "Sei solo un uomo. Che cosa sai tu delle divinità?"

Dowd aveva paura di rispondere, perché non sapeva che cosa gli sarebbe stato fatale, se negare o confermare.

"Di' la verità," gli consigliò Jude.

"Sono stato al servizio dell'Imperscrutato, un tempo," disse. "Mi ha trovato nel deserto e mi ha mandato nel Quinto Dominio."

"Perché?"

"Aveva degli affari là."

"Che tipo di affari?"

Dowd iniziò di nuovo a dimenarsi. Non aveva più lacrime da versare. La tensione era sparita dalla sua voce.

"Voleva una donna," disse. "Che desse alla luce per Lui un figlio nel Quinto."

"E tu gliene hai trovata una?"

"Sì, l'ho trovata. Si chiamava Celestine."

"E che ne è stato?"

"Non lo so. Io ho fatto semplicemente ciò che mi era stato chiesto di fare e..."

"Che cosa le è successo?" insisté Quaisoir in un tono più deciso.

"È morta," rispose Dowd, nella speranza di non essere contraddetto. "Sì," continuò con nuova baldanza. "Questo è quello che le è accaduto. È morta di parto, almeno credo. Hapexamendios la mise incinta, capisci, e il suo povero corpo non riuscì a reggere una tale responsabilità."

Jude conosceva fin troppo bene lo stile di Dowd per lasciarsi ingannare. Sapeva quale melodiosità metteva nella voce quando mentiva, e in quel momento la avvertì chiaramente. Lui sapeva benissimo che Celestine era viva. Durante le precedenti rivelazioni non aveva usato lo stesso tono quando aveva detto di aver fatto da mezzano a Hapexamendios e ciò sembrava indicare che probabilmente avesse davvero reso quel servizio al Dio.

"Che cosa ne è stato del bambino?" gli chiese Quaisoir. "Era un maschio o una femmina?"

"Non lo so," disse Dowd. "Davvero non lo so."

Un'altra bugia. Una bugia di cui si accorse anche colei che lo teneva in suo potere. Quaisoir allentò la presa e Dowd cadde per qualche centimetro con un ansito di terrore, cercando, in preda al panico, di aggrapparsi ai filamenti della Dea.

"Non lasciarmi cadere! Per l'amor di Dio, non lasciarmi cadere!"

"Che ne è stato del bambino?" ripeté Quaisoir.

"Che cosa vuoi che ne sappia?" rispose Dowd. Le lacrime ricominciarono a scendergli copiose, ma questa volta erano lacrime vere. "Io non sono nessuno. Sono solo un messaggero. Un portabandiera."

"Un mezzano," aggiunse Quaisoir.

"Sì, anche un mezzano. Lo confesso. Sono un mezzano! Ma non significa nulla. Diglielo tu, Judith. Io sono solo un attore dilettante. Solo un attore dilettante, un fottuto attorucolo senza alcun valore!"

"Senza valore, eh?"

"Senza valore!"

"Allora addio," disse Quaisoir, e lo lasciò andare.

Il nodo si sciolse così velocemente dalle dita di Dowd che egli non ebbe il tempo di reagire, e cadde come un cadavere cui venga tagliata la corda cui è appeso. Per i primi secondi non riuscì nemmeno a gridare, quasi che la sua evidente incredulità gli avesse tolto le parole di bocca fino a quando, continuando a cadere, l'iride di cielo fumoso sopra di lui non diventò un punto. Quando finalmente si levò il suo grido, fu acutissimo, ma breve.

Fu allora che Jude posò i palmi per terra e, senza sollevare lo sguardo su Quaisoir, mormorò frasi di ringraziamento in parte per essere stata salvata, ma almeno altrettanto per essere stata liberata di Dowd.

"Chi era?" chiese Quaisoir.

"Conosco solo in parte la storia," le rispose Judith.

"Allora comincia," la invitò Quaisoir. "Solo così possiamo tentare di capire il tutto. Passo per passo."

Sembrava non avere più voce e quando Judith sollevò lo sguardo per vedere, il miracolo stava abbandonando le cellule di Quaisoir. La regina era crollata a terra, la carne che si era dispiegata nei filamenti si ritraeva ora nel corpo, il blu beatificante andava scomparendo dalla sua pelle. Jude si alzò da terra e zoppicando si allontanò dal bordo del precipizio. Udendo i suoi passi, Quaisoir disse: "Dove stai andando?"

"Lontano dal pozzo," rispose Jude posando la fronte e le mani contro il freddo del muro che la rinfrancò.

"Sai chi sono?" chiese a Quaisoir dopo un po'.

"Sì..." ripeté Quaisoir dolcemente. "Tu sei la parte di me stessa che si è persa. Tu sei l'altra Judith."

"Esatto." Judith si voltò e vide Quaisoir sorriderle, nonostante il dolore.

"Esatto," disse Quaisoir. "Se sopravviviamo a questo, forse tu potrai ricominciare. Forse potrai avere le visioni a cui io ho voltato le spalle."

"Quali visioni?"

Quaisoir sospirò. "Un grande Maestro mi ha amata," disse. "Lui mi ha mostrato gli angeli. Di solito venivano alla nostra tavola sotto forma di raggi di sole. E io pensavo che saremmo vissuti per sempre e io avrei conosciuto tutti i segreti del mare. Ma ho lasciato che lui mi togliesse dalla luce del sole. Ho lasciato che lui mi convincesse che gli spiriti non sono importanti. Che solo la nostra volontà contava. E che se la nostra volontà aspirava al dolore, era segno di saggezza. Ho perso me stessa in così poco tempo, Judith. In così poco tempo." Rabbrividì. "Fui accecata dai miei crimini prima ancora che dal coltello."

Jude guardò pietosamente il viso mutilato di sua sorella. "Dobbiamo trovare qualcuno che possa curare le tue ferite," disse.

"Dubito che sia rimasto in vita qualche dottore a Yzordderrex," rispose Quaisoir. "I dottori sono sempre i primi ad andarsene nelle rivoluzioni, non è vero? Dottori, esattori delle imposte, poeti..."

"Se non riusciamo a trovare nessuno, cercherò di farlo io," disse Judith, abbandonando la protezione del muro e avventurandosi di nuovo verso lo scivolo dov'era seduta Quaisoir. "Ho creduto di vedere Gesù Cristo, ieri," disse Quaisoir. "Stava in piedi su un tetto e teneva le braccia aperte. Ho pensato che fosse lì per me, affinché potessi fargli la mia confessione. E questo è il motivo per cui sono venuta qui. Per trovare Gesù. Ho sentito il suo messaggero."

"Ero io," le confidò Judith.

"Eri tu... nei miei pensieri?"

"Sì."

"Quindi al posto di Cristo ho incontrato te. Questo è un miracolo ancora più grande." Quaisoir si piegò verso Jude, la quale prese la sua mano. "Non è così, sorella?"

"Non ne sono sicura," rispose Jude. "Stamattina ero me stessa, e ora chi sono? Una copia, una controfigura."

Quella parola le fece tornare alla mente il Bastardo di Klein: Gentle, il truffatore che traeva vantaggio dal genio altrui. Era questo il motivo per cui lui l'aveva ossessionata? Aveva forse visto in lei qualche chiave sottile per afferrare la sua vera natura?

"Ero contenta," disse ripensando ai bei tempi che aveva trascorso con lui. "Forse non sempre mi rendevo conto di essere felice, ma lo ero. Ero me stessa."

"Lo sei tuttora."

"No," rispose Judith, disperata come mai lo era stata prima. "Sono solo parte di qualcun altro."

"Siamo tutti delle parti," replicò Quaisoir. "Nati o costruiti." Quaisoir strinse la mano di Judith. "Tutti speriamo di tornare a essere un tutto. Vuoi riportarmi al palazzo?" le chiese. "Saremo più al sicuro, là."

"Naturalmente," disse Jude, aiutandola ad alzarsi.

"Sai che direzione prendere?"

Jude annuì. Nonostante il fumo e l'oscurità, i muri del palazzo si stagliavano sopra la città, massicci anche se distanti.

"Abbiamo un bel po' di strada da fare," disse Jude. "Potremmo impiegarci tutta la notte."

"Le notti sono lunghe a Yzordderrex," replicò Quaisoir.

"Non dureranno in eterno," disse Judith.

"Per me sì."

"Oh, scusami. Non ci ho pensato. Non intendevo..."

"Non preoccuparti," disse Quaisoir. "A me piace il buio. Riesco a ricordare meglio il sole. Il sole e gli angeli della tavola. Vuoi prendermi il braccio, sorella? Non ti voglio perdere un'altra volta."

 

38

 

In qualsiasi altro posto, Gentle si sarebbe sentito in trappola dinanzi a tante porte chiuse a chiave, ma più lui e Lazarevich si avvicinavano alla Torre del Cardine, più l'atmosfera s'ispessiva, così gravida di paura che stavolta tutte quelle porte chiuse lo rassicuravano: qualsiasi cosa ci fosse al di là di esse, era comunque sotto chiave. La sua guida, d'altronde, era di poche parole. E, se parlava, era solo per cercare di convincere Gentle a continuare il viaggio da solo.

"Manca poco, ormai," continuava a dire. "Non hai più bisogno di me."

Allora Gentle gli ricordava: "Non erano questi i patti," e Lazarevich lanciava qualche maledizione, si lamentava un po', e riprendeva il cammino restandosene in silenzio fino a quando non udiva un urlo in uno dei passaggi o scorgeva una macchia di sangue sul pavimento lucido: allora tornava a fermarsi e riattaccava con là stessa solfa.

Non incontrarono ostacoli di sorta. Forse nel passato quelle sale titaniche erano state piene d'attività pur se Gentle ne dubitava, visto che i corridoi erano tanto ampi che ci si sarebbero sperduti dei piccoli eserciti: comunque ora erano assolutamente deserte.

I pochi servitori e funzionari che incontrarono sembravano tutti avere una gran premura di andarsene, gravati delle loro cose raccolte in fretta e furia. Sopravvivere sembrava essere il loro unico imperativo, e degnavano sì e no di un'occhiata il soldato insanguinato e il suo cencioso compagno.

Alla fine giunsero a una porta che non era chiusa a chiave, ma che Lazarevich si rifiutava categoricamente di oltrepassare. "Questa è la Torre del Cardine," disse in un tono di voce appena percettibile.

"Come faccio a sapere che mi stai dicendo la verità?"

"Non te ne accorgi?"

Ora che glielo aveva fatto notare, Gentle avvertì una strana sensazione, come un formicolio ai polpastrelli, ai testicoli e al naso.

"Questa è la Torre, lo giuro," sussurrò Lazarevich.

Gentle gli credette. "Va bene," disse, "Hai fatto il tuo dovere: ora puoi andare."

L'uomo accennò a un sorriso. "Davvero?"

"Sì." - C:

"Oh, grazie. Chiunque tu sia. Grazie."

Prima che potesse darsela a gambe, Gentle lo afferrò per un braccio, lo avvicinò a sé e gli disse: "Di' ai tuoi bambini di non diventare soldati. Poeti o lustrascarpe, magari. Ma non soldati, capito?"

Lazarevich annuì con vigore, sebbene Gentle dubitasse che avesse compreso anche solo una parola. Il suo unico pensiero era la fuga, e infatti, appena Gentle mollò la presa, girò sui tacchi e in due o tre secondi scomparve. Gentle si voltò verso le porte in ottone battuto, le spinse di qualche centimetro ed entrò. Le terminazioni nervose dello scroto e dei palmi gli dicevano che si avvicinava a qualcosa di importante. Quella che pochi minuti prima era stata una semplice sensazione, adesso era diventata quasi un dolore anche se ancora non riusciva a vedere di cosa si trattasse a causa delle fitte tenebre che regnavano nel locale in cui era penetrato. Gentle restò sulla porta finché non riuscì a farsi un'idea di ciò che gli stava davanti. Non si trattava della Torre vera e propria, quanto piuttosto di una specie di anticamera che puzzava di chiuso come la stanza di un ammalato. Le pareti erano nude e l'unico arredamento era costituito da un tavolo sul quale poggiava rovesciata una gabbietta vuota per uccelli con la porticina aperta. Oltre il tavolo, un'altra porta conduceva in un corridoio, ancora più muffito della stanza che Gentle aveva appena lasciato. La fonte del turbamento delle sue terminazioni nervose era diventata udibile, adesso: una nota tenuta che, in altre circostanze, avrebbe potuto essere quasi riposante. Non sapendo da che direzione provenisse, Gentle si voltò a destra e si incamminò per il corridoio. Alla sua sinistra c'era una rampa di scale che però decise di non prendere, dato che il suo istinto gli consigliava di seguire un bagliore di luce più avanti. Il tono del Cardine diventava sempre più insistente man mano che Gentle procedeva, come a suggerirgli che aveva imboccato una strada senza uscita, ma lui continuò ugualmente a seguire la luce per accertarsi che Pie non fosse tenuto prigioniero in una di quelle anticamere.

Quando arrivò a pochi passi dalla stanza, qualcuno passò davanti alla soglia, entrando nel suo campo visivo, ma troppo velocemente per essere visibile. Gentle si mise con le spalle al muro e avanzò ancora verso la stanza. Uno stoppino immerso in una ciotola piena d'olio emanava la luce da cui Gentle era stato attratto. Accanto, numerosi piatti con i resti di un pasto. Quando giunse sulla porta, si fermò per vedere chi fosse quell'uomo: la guardia notturna, molto probabilmente. Non aveva intenzione di ucciderlo, a meno che non fosse stato strettamente necessario. L'indomani Yzordderrex sarebbe stata piena di orfani e vedove; non era il caso di aggiungere altre vittime. Udì l'uomo scoreggiare, non una, ma diverse volte, con la rilassatezza di chi sa d'essere solo, poi sentì aprire una porta, e un rumore di passi che si allontanavano.

Gentle spiò dentro la camera dallo stipite della porta. Era deserta. Entrò furtivamente, deciso a impossessarsi dei due coltelli che erano sul tavolo. In uno dei vassoi c'era una scatola di caramelle già aperta. Non seppe resistere. Prese quella che gli sembrava più gustosa e se la mise in bocca, quando l'uomo chiamò: "Rosengarten?"

Gentle si guardò intorno e il suo sguardo si posò sul viso che stava dall'altra parte della stanza. I denti si strinsero sul dolce che aveva in bocca. Vista e zucchero si mescolarono, la lingua e l'occhio mandarono al cervello una tale dolcezza che Gentle barcollò.

Il viso di fronte a lui era uno specchio vivente. I suoi occhi, il suo naso, la sua bocca; la sua capigliatura; il suo portamento; la sua stanchezza. In tutto e per tutto, eccetto che per il taglio del vestito e il sudiciume sotto le unghie, un altro Gentle. Ma con un altro nome, sicuramente.

Ingoiando il succo dolce della caramella, Gentle disse molto lentamente: "Chi... in nome di Dio... chi sei?"

Sul viso dell'altro uomo lo stupore lasciò il posto al divertimento. Scosse il capo e disse: "Maledetto kreauchee. "

"È così che ti chiami?" gli domandò Gentle. "Maledetto Kreauchee?"

Durante il suo viaggio aveva sentito nomi ben più strani. Ma quella domanda non fece che accrescere lo spasso dell'altro.

"Non è un'idea malvagia," rispose. "Ce n'è abbastanza nel mio corpo. L'Autarca Maledetto Kreauchee. Suona bene."

Gentle sputò la caramella. "L'Autarca?" chiese, sgomento.

Il divertimento scomparve dal viso dell'altro. "Bene, hai fatto la tua parte, idiota. Ora sparisci." Chiuse gli occhi. "Riprenditi," sussurrò l'Autarca a se stesso. "È questo stramaledetto kreauchee. È già successo e succederà ancora."

Gentle capì. "Credi di sognare, vero?" chiese.

L'Autarca aprì gli occhi, atterrito nel ritrovare davanti a sé quell'allucinazione, e ripeté: "Ti ho detto..."

"Che cos'è il kreauchee? È un alcolico? Una droga? Pensi che io sia un'allucinazione? Be', non lo sono."

Gentle fece qualche passo verso l'Autarca, il quale indietreggiò allarmato. "Dài," disse Gentle, stendendo la mano. "Toccami. Sono vero. Sono qui. Mi chiamo John Zacharias e ho fatto una marea di strada per venire a vederti. Ora che sono qui, sono certo che è proprio per questo che mi sono messo in viaggio."

L'Autarca si portò i pugni alle tempie, come se volesse strizzare fuori dal cervello quel brutto sogno. "Non è possibile," disse. C'era più che incredulità nella sua voce; c'era un disagio molto vicino alla paura. "Non puoi essere qui. Non dopo tutti questi anni."

"Invece sì," ribatté Gentle. "Sono confuso quanto te, credimi. Ma sono qui."

L'Autarca lo studiò, voltando la testa di qua e di là come in cerca di un'angolatura che gli confermasse che il visitatore era soltanto un'allucinazione. Ma dopo un minuto cedette e si limitò a fissare Gentle con il viso trasformato in un dedalo di rughe. "Da dove vieni?" chiese con calma.

"Penso che tu lo sappia," rispose Gentle.

"Dal Quinto?"

"Sì."

"Sei venuto a prendermi, è vero? Perché non l'ho capito? Sei stato tu ad accendere la miccia della rivoluzione! Tu eri là fuori nelle strade a seminare zizzania! Ecco perché non riuscivo a schiacciare i ribelli. Continuavo a chiedermi: ma chi è? Chi c'è là fuori che complotta contro di me? Esecuzione dopo esecuzione, epurazione dopo epurazione non riuscivo ad arrivare al cuore della sommossa. Non riuscivo ad arrivare all'uomo intelligente quanto me. Notti intere, insonni, a pensare: ma chi è? Chi? Ho fatto una lista lunga come il mio braccio. Ma non ho mai pensato a te, Maestro. Non ho mai pensato a Sartori."

Sentire il nome dell'Autarca dalle sue stesse labbra era stato abbastanza sconvolgente, ma ora quella nuova rivelazione mise in subbuglio l'intero organismo di Gentle. La testa gli si riempì dello stesso frastuono che lo aveva scosso sul binario di Mai-Ké e lo stomaco sì liberò del suo contenuto in un unico conato bilioso. Gentle allungò il braccio per appoggiarsi al tavolo, dato che stava per perdere l'equilibrio, ma mancò l'appoggio e cadde a terra in mezzo al proprio vomito. Annaspando nelle sue stesse deiezioni, cercò di scacciare dalla testa quel rumore, ma tutto ciò che ottenne fu sciogliere la massa confusa dei suoni e far sì che le parole che vi si nascondevano venissero alla luce.

Sartori! Lui era Sartori. Non aveva sprecato tempo a discutere su quel nome. Era proprio il suo, e ora lo sapeva. E quali mondi erano nascosti in quel nome: mondi più confusi di qualsiasi altra cosa che i Domini potessero rivelare; mondi che si aprivano di fronte a lui come finestre spalancate e frantumate che non si sarebbero mai più richiuse.

Gentle sentì quel nome riemergere da un centinaio di ricordi. Una donna lo pronunciava tra i singhiozzi come a supplicarlo di tornare nel suo letto disfatto. Un prete lo scandiva dal pulpito profetizzando la dannazione. Un giocatore d'azzardo lo soffiava tra le mani chiuse a coppa per benedire i dadi. Uomini condannati a morte lo inserivano nelle loro preghiere; gli ubriaconi nelle beffe; i cantastorie nelle loro canzoni. Oh sì! Era stato famoso! Alla Fiera di san Bartolomeo gli attori girovaghi si erano riempiti la sacca raccontando la sua vita in forma di farsa. In un bordello di Bloomsbury si raccontava che, al suo tocco, una ex suora era diventata ninfomane e aveva salmodiato le sue formule magiche (così aveva detto quella donna) mentre si faceva scopare. Quel nome era l'archetipo di tutte le storie fiabesche e di quelle proibite: una minaccia per gli uomini ragionevoli; per le loro mogli, un vizio segreto. E per i bambini, i bambini che passavano davanti a casa sua al seguito del sacrestano era una filastrocca:

 

Maestro Sartori,

inferni e purgatori,

Se ama il tuo gatto

lo cambia in un ratto.

Se ama il tuo cane

lo dà in pasto alle rane.

Se hai paura dei topi

li trasforma in ciclopi,

Maestro Sartori.